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Che poi è strano ritornare, dopo aver vissuto giorni in pace e tranquillità dopo la tempesta di quella notte.

Dopo essermi sentito accolto e circondato da affetto e supporto.

E anche se alla fine mi ritrovavo a fissare di notte il soffitto e non riconoscerlo come mio, mi sentivo comunque tranquillo e al sicuro.

Solo che non si poteva continuare ad andare avanti così e bisognava prendere in mano la situazione per tentare di cambiarla.

E quindi la decisione impulsiva, la borsa fatta al volo, i saluti e i ringraziamenti.

E il rientro. Tutto esattamente come era stato lasciato. Sempre le solite cose non dette, i silenzi, l’incapacità di guardarsi negli occhi e parlare delle cose veramente importanti, non di università, lavoro, fatture, benzina, autostrada, telepass, fastweb.

Incapacità mia, ancora una volta, di affrontare il discorso. Incapacità loro (o non volontà) di farlo.

E quindi niente.

Riassumendo: sono a casa, ma ora sento nostalgia.

Espressioni

Non so come mai mi sia venuto in mente ora, ma è stato un orribile flash.

Era la sua faccia, quando l’ho salutata per uscire all’aperitivo di ieri sera. Aperitivo che – per una volta – hanno saputo per tempo. Era un faccia truce e disgustata. Come se ci fosse qualcosa di male nell’andare ad un aperitivo a Milano.

E in realtà, mi ha ferito, ancora una volta.

Bellaroba

Oggi, giornata di grosse litigate in famiglia.

Come ogni domenica, che non è mai possibile che si possa stare tranquilli.

Motivi del contendere il fatto che sia sempre fuori casa. Un sempre che – ad esempio – nell’ultima settimana ha corrisposto a 3 eventi: lunedì sera, cena da un’amica a Milano. Venerdì sera, cena a casa di una carissima amica a Legnano. Sabato sera, mezzo pomeriggio fuori e un’altra cena (questa volta di compleanno).

In pratica, è troppo. 3 sere fuori su 7, in estate, quando non ci sono lezioni, e sto comunque lavorando su alcuni progetti.

Ma è veramente troppo?

Poi, non si sa come, si passati al fatto che loro, in realtà, sono solo preoccupati. E che no, le storie che fanno quando io voglio uscire, non è perché non vogliono che io esca, è che si preoccupano. Al solito, a me non sembra, ma a quanto pare sono io il problema che non capisce mai niente. Tento di ribattere dicendo che qualche volta mi farebbe piacere sentire anche solo un ok, ciao, stai attento e divertiti. Sono scoppiati a ridere. Che queste cose succedono solo nei film. E quelli che ti trattano così, alla spalla ti pugnalano. Eh? Ma siete completamente impazziti?

Poi sono passati beffardi alle vacanze, attaccando con un ma quest’anno viaggi pazzi non fai? Già, i miei viaggi pazzi. Quali? Quei 10 giorni in Grecia tra Atene e Syros due anni fa? Il w-end sfigato a Stoccolma in cui mi sono ammalato (ancora li sento ripetere se non fossi partito, non ti saresti ammalato)? La settimana a Madrid a trovare una compagna di università? Non so, forse abbiamo metri di giudizio diversi, ma quelli non mi sembravano viaggi pazzi.

In ogni caso, avevo risposto che ci stavamo ancora pensando e dovevamo controllare treni e alberghi, ma quasi sicuramente facciamo 4-5 giorni questa settimana, probabilmente a Zurigo.

Tutto questo verso mezzogiorno.

Poco fa passa Padre in camera, vede che stavo trafficando con i vari siti di booking, chiede se avevo deciso. Rispondo di sì, che stavo prenotando. Dillo alla mamma, mi raccomando. Ma scusa, non ne avevamo parlato meno di 4 ore fa?

Vado su, è in balcone che legge.

– La vacanza è confermata.
– Ah sì?
– Sì, a Zurigo.
– A Zurigo? Ma sei matto?
– Perché? È vicina, si sta freschi, non ci sono problemi di prenotazione e non costa poi tanto.
– E quando?
– Ho il treno da Centrale domani alle 9.
– E con chi?
– Io e B.
– Bellaroba.

Greco. Aperitivo. Lavoro. Paese.

Succede che ieri sera sono andato a cena al greco.

Cena organizzata da me, con un po’ di gentaglia decisamente social.

Ritardi, traffico, stress, ma per fortuna la buona compagnia in macchina non mancava.

Prima della partenza le solite discussioni di casa. Sempre i soliti discorsi. Che di base bla bla bla bla internet è il male e le persone conosciute via internet non esistono o sono tutti dei mostri pericolosi che possono farmi del male. All’obiezione che, ehi, molti li conosco anche da più di un anno ed esistono, sono veri, vivono, respirano, lavorano! Sai, alcuni sono di Design, ci sono dei grafici, ci sono quelli di Mondadori, c’è gestisce le PR Online e chi lavora nel marketing. Ma no, non è mai abbastanza.

Poi, il preavviso che anche oggi sarebbe stata una giornata di lavoro, che sarebbe poi finita con un aperitivo, sempre a Milano, per parlare di un altro progetto, che trovo interessante, per lo meno sotto l’aspetto della sfida e del mettersi in gioco e provare a pensare a qualcosa di diverso.

Ed ovviamente, il preavviso non è servito a nulla. Stessi identici discorsi ed obiezioni di ieri. Ed oggi l’aggravante è che ero uscito pure ieri. Che poi, voglio dire. È estate, ho finito gli esami. Se anche fosse, che problemi ci sarebbero ad uscire 2 sere di fila? Di cui, poi, una era per un possibile nuovo lavoro.

Ma no, niente.

Ma alla si prende, si va. Di nuovo Milano, di nuovo traffico. Parcheggia, prendi il passante, nessuna macchinetta per timbrare, l’incubo del controllore e l’arrivo ad una P.Vittoria che incute tristezza, con quei neon gialli.

Arrivo all’aperitivo. Stiamo parlando da un po’ e squilla il telefono. Indovina chi è? Metto giù una volta. Lascio squillare la seconda. Rispondo la terza. Errore. Questa volta non è lei, ma lui.

Chiede dove sono, rispondo che sono a Milano, urla. Che sono di nuovo a Milano. Le sceneggiate al tavolino del bar davanti ad un futuro datore di lavoro. Odio. Tanto. Rispondo a monosillabi. Ma non sopporto.

Ad un certo punto, anche basta. Che se ti ritrovi a casa da solo e non sai dov’è tua moglie, prenditela con lei che non dice mai quando esce e quando torna, né si preoccupa di tenere il cellulare acceso. Anzi, no, in realtà lei lo tiene spento per principio.

Che se ti ritrovi a casa da solo e non sai dov’è tua moglie, non prendertela con me che sono ad un aperitivo di lavoro. E no, non è un ossimoro. Sai, siamo designer, siamo strani, facciamo queste cose per te assurde.

Che poi, parlandone, mi dicono che forse voi volete cercare lo scontro a tutti i costi, piuttosto che tentare di uscire un po’ dalla vostra mentalità bigotta.

Ma io ormai mi sono rotto. Veramente. E non ho più forza per controbattere. Né la voglia di litigare e stare ancora per l’ennesima volta male per colpa vostra.

Quindi se mai riuscirò a mandarvi a quel paese per la prima volta nella mia vita, ecco, spero capiate che forse ve lo siete un po’ cercati.

Il post sboccato non censurato dell’A che segue logicalmente B

Sinceramente, non capisco cosa cazzo ci sia di così difficile da capire.

Per l’ennesima volta siete saltati fuori con i soliti toni, le solite frasi e le solite discussioni inutili ed assurde.

Non uno, ma in due, giusto per rincarare la dose, perché uno solo no, non bastava.

Doveva pure arrivare l’altra che non aveva seguito un cazzo del ragionamento (ammesso che così lo si possa definire) e dire le peggio cose.

E vi stupite pure se sono 2 giorni che non ho alcuna intenzione di vedervi, me ne sto chiuso in camera mia, non vi parlo, mi rifiuto pure di mangiare con voi.

E come al solito non avete capito un cazzo del perché.

Perché tanto sono sempre io quello matto, pazzo, traviato da altri.

E voi, poveri santerellini, non fate mai nulla di sbagliato.

E ammesso che possiate fare qualcosa di sbagliato, perché si sa, voi siete infallibili, non avete neanche un briciolo di coraggio onestà e umiltà per ammettere l’errore e chiedere scusa. Ah, ma no, voi siete i genitori e quindi potete.

Beh, certo, complimenti, bravi, bis, continuate così.