iPad, due articoli in un post

È che non so.

Questo iPad manca di quel WOW che mi era uscito quando avevo visto il keynote dell’iPhone.

Però, avendolo, sicuramente saprei come usarlo, sia a casa che in giro. E spero che arrivi qualcuno che lo sblocchi e trovi il modo di fargli leggere i divx e far funzionare il tethering.

Comunque, vi lascio alle parole contrastanti di due tizi, entrambi abbastanza famosi. E che scrivono pure bene:

Steve Jobs ha parlato da seduto. E la sua voce, che in qualche passaggio ha tremato, denuncia la debolezza del male? O ci sta invece dicendo una cosa tutta diversa? Sta dicendo che quello che ha in mano è un oggetto comodo, che puoi usare a casa, in aereo, in treno. Un oggetto che permette un’esperienza domestica, non stressante, la fluidità dello stare nel proprio ambiente – la nostra casa digitale fra le mani. La tecnologia che si fa specchio invisibile fra te e il mondo. L’esperienza: che è tutto ciò che l’Apple vende in più, rispetto ai suoi concorrenti, da sempre.

L’uomo, Jobs, è animale da presentazione, sulla sua tecnica di farvi apparire come oro la  sabbia arida del deserto  si stanno scrivendo addirittura manuali. Ma oggi ha in mano qualcosa che è così familiare, e così nuovo. Che è difficile non credergli, perché siamo portati a non credere all’integralmente nuovo. Ma quando vediamo ciò che ci è noto, un po’ cambiato, ci scatta la molla della familiarità.

Furbo e politico: ha fatto slalom tra le industrie che potranno sfruttare la sua creatura per fare soldi, per salvarsi, per prendere un po’ di ossigeno rispetto a un domani che il digitale ha rivoltato come il Big One. E allora ci fa vedere il New York Times, che ha lavorato in segreto, con una equipe che si è trasferita da New York a Cupertino, per fare in modo che il giornale si pssa leggere in più modi, orizzontale, verticale, proprio come succedeva sull’iPhone. Sfogliando o cercando i contenuti col motore. Ma ciò che sull’iPhone era piccolezza, necessità di sguerciarsi, pasticcio di impaginazione, qui è una calda esposizione ordinata. E  bella.

Poi ha solleticato gli editori di libri. E poi quelli di musica, che ha conquistato da anni. Poi la televisione, e il cinema. Perché qui sopra si può vedere di tutto. E tutto si paga, perché la cassa di iTunes è integrata nella macchina e vi rende solvibili all’acquisto di impulso di qualsiasi cosa vogliate in quanto a intrattenimento. Fosse pure una puntata di Lost.

Poi è anche, ciò che hanno presentato, un computer. Qui l’ultima creatura è come l’avevano descritta. Uguale a uno iPhone, sì, ma intendiamoci, non l’iphone come lo usano in tanti, senza mai connetterlo a un computer e senza mai farlo dialogare con la rete, che è come guardare un albero limitandosi alle foglie. No, la creatura di oggi affonda dentro i vostri dati – le foto, il lavoro, l’amore, il pensiero – e lo rende informazione che viaggia con voi e che andrà dove voi volete. E’ come il companatico che comunica con due fette di pane: da una parte il vostro computer di casa, dall’altra la rete, dove si compra, si comunica e si lavora. E ci si diverte o si ama.

Dite che è solo un netbook un po’ ultralusso? Che attinge alle 140 mila applicazioni già messe a punto dagli sviluppatori per il telefono per dare il massimo della portabilità, della facilità (tutto si fa con le dita), dell’integrazione? 10 ore di batteria, connessione wifi e blue tooth? Peso da quaderno di carta? In effetti lo è, e chissà se le croci dell’iphone saranno tutte risolte: l’incompatibilità con Flash, il blue tooth che richiede una laurea in ingegneria per essere settato, l’instabilità di alcune applicazioni sviluppate poco e che si chiudono all’improvviso, la batteria che ti riduce a un tossicodipendente della presa elettrica. Ma anche qui, c’è l’esperienza del bello in più: le pagine del calendario, dell’agenda, danno un brivido di familiarità e noto.

E se è vero che l’esperienza è tutto ciò che il cliente della mela da sempre paga caro e salato, è probabile che funzioni la promessa di Apple di dare a giornali asfissiati dalla crisi lettori aggiuntivi e finalmente paganti, nuovi appassionati agli editori di libri. Siamo finalmente al bivio che si aspettava da anni, dove c’è scritta la domanda: ciò che ha funzionato per la musica con l’iPod, funzionerà per giornali, tv, libri? Potrebbe essere, e la chiave è proprio nell’esperienza personale. Perché chi ha usato un lettore di quelli che girano come e-reader da qualche anno, che ha provato il Kindle, questo sa e dice: che l’esperienza con quei cosi è un disastro, che te lo rigiri nelle mani e a un certo punto ti annoi e ti sguerci. E che un giornale su quel coso è brutto, noioso e sequenziale. Ma qui, è tutta un’altra esperienza.

Poi certo ci sarebbe da dire che l’approccio è quello, tecnologico e commerciale, che ha caratterizzato iTunes e iPhone. Cosa va in vendita lo decide Apple, che fa da guardia all’ingrosso. Quanto il creatore dei contenuti guadagnerà lo decide Apple, che è il doganiere, esoso e avido fino all’inverosimile.

E’ il tema, sempre aperto in rete, dei gatekeeper che sono peggio dei vecchi poteri. La differenza col passato è che questa macchina, a differenza dello iPhone, che guadagnava anche con altro, deve vendere contenuti. Insomma stavolta il doganiere dipende dal volume delle merci che passeranno. Gli converrà non strozzare i produttori.

Ma non vorremo mica rovinare la festa con le critiche (anche perché che cosa si può mai dire di un oggetto tecnologico che non si è usato: l’uso è tutto)? E’ bello. E ce lo faranno pagare caro, convertendo, come sempre, il dollaro alla pari con l’euro. Maledetti, e noi lì a spenzolare la lingua dal desiderio.

Zambardino – Repubblica.it

Chiariamoci subito. Il problema è nostro, che in 10 anni di anticipazioni, sussurri e mormorii, in assenza di informazioni ci siamo costruiti un mito irraggiungibile, un po’ come il risultato di Italia-Inghilterra per Fantozzi e colleghi imprigionati nel cineforum aziendale a sorbirsi la corazzata Potëmkin.

Se l’iPhone aveva colto di sorpresa molti, l’iPad di Apple ha deluso tutte le aspettative. Attenzione, non sto scrivendo che l’iPad sia un brutto prodotto. Sto scrivendo che per una volta il prodotto è inferiore a ciò che ci si aspettava.

E non poteva essere che così. Il fantasmagorico Tablet della Apple è un prodotto leopardiano: atteso, mitizzato e desiderato fino al momento prima che si riveli. La domenica del villaggio è bella finché è sabato.

UNA DELUSIONE E QUATTRO PREOCCUPAZIONI

Psicologia collettiva a parte, il resto sono considerazioni tecnologiche e di mercato.

L’impressione è che l’hardware non faccia poi così tanto la differenza. Cioè, l’iPad sembra un prodotto del 2010, il che non è un problema, ma lo diventa se si pensa che l’iPhone sembrava un prodotto del 2010 quando fu presentato nel 2007.

La vera delusione è lo schermo: quasi 10 pollici e una risoluzione di 1024×768, come se fossimo nel 1999. Personalmente, nell’era dell’HD, da un gadget non tascabile mi aspetto minimo un display HD-Ready 720p, insomma 1280×720 o poco più. Invece no: proporzioni 4/3 e risoluzione XGA. Let’s go back to the old school!

Non dico che per me sia deal-breaking (lo devo provare), ma poco ci manca.

Ci sono, poi, un sacco di preoccupazioni, soprattutto per noi che siamo un interno-cortile nella periferia sfigata della provincia dell’impero. Ne elenco un po’.

La prima: un display da 10 pollici su un hardware leggero è perfetto come player video. E lo sarà per gli americani, che potranno accedere a un sacco di contenuti video su iTunes (pagandoli, ovvio) e goderseli come più gli aggrada.
Se per l’iPad in Italia va a finire come per l’iPhone – cioè attualmente zero contenuti video venduti su iTunes – una delle destinazioni d’uso dell’iPad va a farsi benedire. E dubito che Steve Jobs mi permetterà di riempirmi la tavoletta di DivX e guardarmeli (e dire che ci è arrivata perfino la Microsoft, che con il più recente aggiornamento di firmware ha reso compatibile lo zune HD con DivX e XviD). Una Apple TV portatile? No grazie, Steve, visto che qui non ci vuoi vendere i film su iTunes!

L’altra preoccupazione riguarda l’iPad come macchina per giocare. Visto che il 50% del keynote è stato occupato da demo di giochi, è palese che a Cupertino contano molto sulle capacità videoludiche della tavoletta. Dovessi dirvi che sono rimasto impressionato dai giochi mostrati, mentirei. Ok, c’era poco tempo a disposizione e ci sono ampi margini di crescita, però mi aspettavo di più. Vediamo che succede nei prossimi mesi.

La terza preoccupazione è forse la più grossa. L’iPad è rivoluzionario nel prezzo e nel modello di connettività mobile: niente abbonamenti pluriennali, giusto un hardware a un prezzo umano (di fatto costa meno dell’iPhone) e, volendo, sui modelli 3G una connettività che si paga mese per mese. Con 30$ al mese si ha banda 3G illimitata (il piano da 15$ per 250 Mb mensili è per soli masochisti) e tutto sommato 629$ per la tavoletta 3G sono accettabili.
Il problema è che nulla ci garantisce che accada altrettanto in Italia. Negli Stati Uniti è una pacchia e credo che il piano dati dell’iPad metterà nei guai i piani flat dati di molti operatori e li obbligherà a rivedere i prezzi verso il basso. Ma qui? Lo scopriremo a giugno/luglio.

La quarta si concentra tutta sull’uso dell’iPad come lettore di ebook. Il fatto è che in termini di qualità della lettura, un display tradizionale è anni luce peggio rispetto a uno schermo e-ink, che non è retroilluminato e non si ricarica 60 volte al secondo, ma sta fermo lì, opaco come la pagina di un libro. Davvero, sono due mondi diversi.
In cuor mio sapevo che Apple non avrebbe mai fatto un prodotto basato sull’e-ink e la cosa mi andava bene, perché mi aspettavo – anche tenendo conto dei rumors – che in cambio a Cupertino si sarebbero ri-inventati il mercato dei periodici, che è in crisi da tempo immemore.
Invece niente: giusto una versione del New York Times, decisamente ordinaria e drammaticamente similealla versione NYT Reader, che già gira su tutti i computer su cui è installato Adobe Air.

MA MI SERVE? AKA “FAMOLO GROSSO”

Se non avessi di fronte al naso un iPhone (cioè, ora che sto scrivendo ho un MacBook, ma ci siamo capiti), probabilmente mi starei strappando i capelli dalla gioia per l’iPad. Ma la realtà è che fatico a trovare, almeno da quanto ho visto oggi nel keynote di Jobs, differenze mostruose tra il mio cellulare e l’iPad.

Anzi, ho il timore che la versatilità dell’iPhone sia il migliore argomento a sfavore dell’iPad. Di fatto l’iPhone fa tutto quello che fa l’iPad: oltre a farmi telefonare, suona gli mp3, mi fa vedere video in formati inutili, esegue centinaia di migliaia di applicazioni e qualche giochino interessante, mi fa navigare bene in mobilità senza Flash e mi fa pure leggere gli ebook su uno schermo retroilluminato. E la necessità di farlo più in grande per me non è così impellente, soprattutto se non c’è nemmeno il supporto a Flash o un abbozzo di multitasking a fare la differenza tra l’iPad e l’iPhone.

Sì, ovvio, qualcuno potrà dirmi che ora c’è la suite di iWork ricicciata per iPad. Saranno felici tutti i 25 utenti reali di iWork, ma non mi riesco a emozionare.
E se devo leggere ebook in mobilità, tenendo conto che il modello di business librario di Apple è, almeno per l’utente, identico alla concorrenze, tanto vale comprarmi un Kindle, almeno non mi cavo gli occhi. E se proprio voglio cavarmeli, o uso un iPhone (che con Stanza fa miracoli) o accendo il MacBook e mi apro un PDF.

COSE CHE NON HO

Alla fine, visto l’esercito di rumors prodotti dalla Rete negli ultimi mesi, si contano le feature sopravvissute e presenti nel prodotto finale e quelle cadute durante l’unveiling. Alcune mi erano particolarmente care.

L’idea dell’iPad come lettore di emagazine (non è un refuso, è come l’ebook ma con le riviste, capisce?) mi sembrava realizzabile e a portata di mano. Ma per ora nada.

Anche l’idea di utilizzare l’iPad come superficie tattile-visiva aggiuntiva di un Mac non mi sarebbe dispiaciuta. Cioè, immaginate di poter abbinare l’iPad al vostro Mac e poter controllare quest’ultimo attraverso l’iPad, che diventa una via di mezzo tra una tavoletta grafica, un touch-screen aggiuntivo e un touch-pad. Figo, no? Magari Apple col tempo si inventa un’applicazione simile: metterebbe nei guai, per esempio, tutte le aziende che vendono controller hardware fisici. Pensate che bello poter controllare in realtime i parametri di Logic smanettando sull’iPad mentre sul Mac “gira” la musica.

Mi sarebbe anche piaciuto un iPad un po’ più orientato alla comunicazione interpersonale. Nella mia immaginazione lo avrei visto bene con due fotovideocamere, una sul retro e una frontale, per fare videoconferenze e videotelefonate. Non ne ha nemmeno una. E dire che lo spazio su quella cornice spessissima (che è molto poco Apple) non manca.

QUINDI?

Quindi aspettiamo. Magari siamo di fronte a una sorta di primo iPhone (quello 2G senza applicazioni, che negli States dava occupato quando eri connesso a Internet e che non mi aveva convinto). Magari tra un po’ esce un iPad numero 2 che fa fare al prodotto il vero salto di qualità, così come è accaduto con l’iPhone 3G.
Oppure c’è qualcosa che mi sono perso (e non sono l’unico, tenendo conto che personalmente sospendo il giudizio e sto alla finestra, ma noto in giro un po’ di delusione, perfino su siti come Gizmodo ed Engadget, normalmente servilissimi quando si tratta di Apple) e Apple finisce per rifondare 3 o 4 mercati, rivoluzionare il mercato dei media, cancellare la fame nel mondo, donare la vista a Stevie Wonder e far vincere le elezioni al PD.
Oppure accettiamo che Apple abbia prodotto il suo Zune marrone e tiriamo avanti.

Enrico Sola, in un post dal titolo lughissimo

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