Così ci vediamo per parlare un po’

Sinceramente non capisco per quale motivo chiedermi di vederci per parlare un po’ e poi sparire di nuovo, sapendo comunque del tuo viaggio in Sardegna.

Non capisco il perché di questo allontanamento e di questo poco interesse, così come quella sensazione che traspariva dalle tue parole, come se fossi io il problema, quello incapace di comprendere la situazione stavi vivendo.
Invece, la comprendo benissimo, avendola vissuta anche sulla mia peelle, e ho tentato – magari sbagliando perché invece avevo bisogno di altro – di lasciarti i tuoi spazi, non rompere o impormi più di tanto, ma non riesco a comprendere come tu ti sia totalmente dimentico di aggiornarmi per tempo sui programmi in corso per ferragosto, come non ti sia reso conto di quanto sia stato veramente poco carino solo a quel punto invitarmi, come un ripiego, o ancora dimenticarsi totalmente di farsi sentire a fine di quella giornata lavorativa lì, mentre preoccupato attendevo un tuo cenno di vita. Comprendo la presenza ingombrante di altri pensieri, ma quindi: c’è dello spazio per me?

Quello di cui a questo punto sono certo è quanto io sia stato cretino a pagare di più per una camera doppia non usandola, visto che non hai mai avuto il coraggio di dirmi che non saresti mai passato a dormire. O a tutte le opzioni di cambio dei voli del matrimonio che avevi comprato sperando di poter trovare il modo di triangolare tra lavoro e logistica varia Milano-Sardegna-Sicilia.

Capisco anche che a questo punto, che senso ha parlare?

Hello, 6.0

Alla fine son tornato qua sopra.

Ho aggiornato come sempre come uno sprovveduto senza backup di nulla a WordPress 6.0.

Non sto scrivendo più nulla, da quell’ultimo triste post di 2 anni fa.

Come vanno le cose? Bene e male. Tante novità, tante cose da stiamo a guardare.

Ma intanto teniamo aggiornato questo spazio, che sia mai mi verrà qualcosa di personale da scrivere per quei 6 bot che visitano queste pagine quotidianamente.

O c’è forse anche qualche umano?

Brutti ricordi

Non so perché ho deciso, in questo non sapere cosa fare di questi pochi giorni di ferie che sono riuscito a strappare, di tornare qualche giorno al paesello, a casa dei miei.

Fatto sta che sono al paesello, a casa dei miei.

Stavo cercando delle magliette nell’armadio e ne ho tirata fuori una che non vedevo da ormai 12 anni.

Mia madre, che era lì dietro, riconosce la maglietta ed esordisce con un “brutti ricordi”.

Ho fatto finta di nulla, rimesso la maglia dove l’avevo trovata e alla fine ho trovato quello che cercavo.

Il problema è che ora sto ripensando a tutto quello che c’è dentro quel “brutti ricordi” e a cosa si riferisse.

La maglia è il ricordo di una vacanza per me bellissima, che ha significato tante cose.

Il brutto, per me, è iniziato dopo, rientrato a casa. Complice l’outing che qualche amico o amica, forse non così tanto amico o amica, ha fatto nei confronti dei miei e tutto quello che ne è seguito.

Le crisi in famiglia, le litigate, le remote speranze completamente infrante che avrei potuto parlare di me serenamente con loro e trovare persone umane e comprensibili davanti a me, la voglia di scappare o trovare un modo di farla finita, le visite dallo psicologo perché ritenuto malato.

Gli anni, ormai 12, che intanto passano. Un argomento in puro stile don’t ask don’t tell che non viene più toccato per non soffrire ulteriormente, per stare ancora tranquillo.

E ora boom.

“Brutti ricordi”.

Il mio non dire niente sul momento ora si sta trasformando in un fuoco di rabbia interiore, sul perché per l’ennesima volta non sia in grado di affrontare le cose e chiedere cosa volesse dire con quel “brutti ricordi”.

E mi sto facendo del male immaginando le possibili risposte e le possibili motivazioni di quel “brutti ricordi”.

E non riesco ad immaginarmi un riconoscimento di quanto si siano comportati male, ma solo il fatto che anche dopo 12 anni di silenzio ancora non mi accettino.

E la voglia di litigare, urlare, andarmene subito e tagliare i ponti una volta per tutte è di nuovo fortissima.

Ma non si può fare, perché non mi conviene. Perché sto facendo affidamento a loro per non pagare più un affitto e perché il taglio di ogni ponte emotivo potrebbe equivalere al taglio di quel supporto economico necessario per far fede a impegni contrattuali ormai presi.

E quindi, ancora una volta, mi ricordo di essere di nuovo in prigione. Grazie a due semplici parole.

Hello, again

Non so perché ma oggi sono tornato su questo blog, nell’admin e nell’editor.

Ho scoperto che un vecchio vecchissimo template, quello che avevo scritto io, con le mie manine, ormai non so quanti anni fa, funziona ancora, tranne qualche piccola funzione, senza grossi problemi.

E ho aggiornato tutto il blog all’ultima versione di WordPress, un po’ inconsapevolmente senza avere la certezza di avere un backup completo o meno, e quindi sono approdato finalmente a Gutenberg.

Anche qui, pare tutto funzionare. Tutto un po’ diverso, tutto più nuovo.

Però lo scopo di questo spazio non c’è quasi più.

Quindi, chissà quando altro ci scriverò qualcosa.

Fake it until you make it

Altri mesi di silenzio qua sopra, ma intanto la vita va avanti.

Come sto? Sono stanco, stantichissimo, ma sto bene.

Dopo la concretizzazione di una delusione lavorativa e la fine di un sogno in cui tanto speravo, inaspettatamente è arrivata una nuova proposta.

Una nuova avventura che mi permette di andare dove volevo andare e di vedere se quella è la mia strada.

Mi sto impegnando tantissimo, perché è dura e difficile. Le cose da fare sono tantissime, però sto bene.

Ho scoperto una carica e una grinta sul lavoro che non credevo di avere (o forse avevo solo dimenticato). Mi rendo conto che in ufficio sorrido e rido e sono socievole in un modo che forse non ero mai stato prima.

Ed è bene, no? 

 

Inserisci qui il titolo

È passato un anno e – qui sul blog – solo due post.

È di nuovo la settimana del mio compleanno e le sensazioni di adesso sono l’esatto opposto di quelle di un anno fa.

Sento più il peso delle delusioni, delle cose che in fondo non vanno e dell’incertezza che il resto. Anche se so che forse basterebbe smettere di fissare il soffitto rimuginando su scelte (o non scelte) passate, rinunciare a isolarmi così sperando che qualcuno accorra a salvarmi e rimettermi in gioco in prima persona.

Cuore di pietra

Poi mi hai chiesto timidamente se potevi abbracciarmi.

E io ti ho detto di sì e quando ti sei staccato ho visto i tuoi amici occhi umidi brillare alla fioca luce del lampione.

Volevo dirti di non farlo, di non piangere per me perché alla fine non ne vale la pena.

Volevo stringerti di nuovo, fortissimo, e dirti che andrà tutto bene e che si uscirà da questa situazione e tu sarai di nuovo felice, io chissà.

Ma non l’ho fatto, e sono stato impassibile.

Ti ho solo fatto una battuta, chiedendo se quelle fossero lacrime, che forse potevo evitare.

Mi hai dato dello scemotto e ti ho risposto con un ‘anche tu’, mi hai abbracciato di nuovo e ho aperto il cancello e sono salito in casa.

Chiedendomi quale mostro dal cuore di pietra io sia diventato.

Ma adesso, a distanza di un’ora, non faccio altro che ripensare a quei momenti e a sentire un peso sullo stomaco che non sono capace di decifrare.

32 + una casa

Una tripletta di Late Late Birthday Party.

Due pizzate, un late brunch (in cui sono riuscito a cavarmela benino, senza avvelenare la gente, nonostante le mie inesistenti capacità in cucina. Oppure ho degli amici bravissimi a mentire).

Una tripletta che è anche una doppietta di inaugurazione della casa.
Una casa che adesso, finalmente, sembra quasi finita, quasi a posto.

Una casa che, adesso, sento veramente mia.

Una casa che mi ha confermato di essere ancora più bella quando è piena di amici, tra cibi, infinite chiacchierate, risate e giocate con (e anche incredibilimente SENZA) pad in mano.

Ma è anche la conferma che ho la fortuna di avere degli amici fantastici.

E non è solo per i regali bellissimi e apprezzatissimi, per quanto differenti tra loro.

È la conferma di avere amici che mi ascoltano, mi conoscono e mi capiscono, al netto delle mie insopportabili manie, ossessioni e degli infiniti difetti.

E forse questa è la cosa più importante.

Grazie a tutti.

Il momento dei pensieri liberi

Ci sono i viaggi. Quei viaggi in macchina, da solo. Quelli di rientro verso casa, di notte.

In quei viaggi, la mente viaggia più o meno libera e processa di tutto.

Eppure questa volta no. Non riusciva a viaggiare, era fissa e in loop su una scena e tutto quello che è successo dopo.

È la scena di un’aggressione. Pochi secondi che sono sembrati un’eternità. Per persone di mezzo, le cose dette da chi tentava di separarli, la parua che potesse finire male, incapacità di capire razionalmente cosa fare. Mettersi in mezzo, chiamare il 112 o semplicemente stare in apnea fino alla fine.

È tutto ciò che è successo dopo. O almeno, quello che non è successo.

Non si è verificato, come si presuppone in uno stato civile, nel 2016, con gente più o meno istruita e civile, un prendere le distanza in modo netto da un atto di violenza. A quanto pare la violenza può essere giustificata.

Anzi, c’è stato chi “avrebbe pagato per vedere il video” e riderne.

E la mia testa è in loop, tenta di capire, riavvolgere il nastro e ragionare e arriva a una conclusione che non ha senso.

Perché siamo nel 2016 e succedono queste cose di merda.

Perché non si finisce mai di conoscere la gente (e rimanerne deluso).

 

 

In realtà 

Quasi per abitudine sto rispondendo troppe volte che ‘massì tutto bene’. 

Invece dovrei fare pace con me stesso e decidermi ad ammettere che non va tutto bene. 

Anziché andare avanti, mi sembra di essere fermo o addirittura tornare indietro. 

La perdita di una qualche forma di autonomia conquistata duramente, il rientro in una realtà da cui alla fine ero scappato perché c’erano problemi inaffrontabili. E alla fine eccomi qui, esattamente come due anni e mezzo fa. 

C’è addosso una stanchezza inspiegabile che sembra non voglia andarsene e il tutto è esasperato dall’impossibilità di poter gestirmi senza dover render conto a nessuno. 
Pensavo che il rientro potesse essere un’occasione per affrontare certi problemi. Invece non vedo dall’altra parte la voglia di farlo e tutto viene lasciato così com’è. 

E la cosa è l’ennesima cosa che mi fa stare male. Ed è brutto pensare che l’unica soluzione sia di mettere ancora dei km tra noi e sentirsi per quelle cose inutili tipo l’aver fatto la spesa o la lavatrice. 
Però, that’s it.