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Come d’impulso

E così, a distanza di poco più di un anno, mi ritrovo di nuovo a cambiare qualcosa (di grosso) nella mia vita.

Una decisione forse presa un po’ d’impulso, come tutte le decisioni di questo tipo, però si era arrivati al punto in cui non aveva senso continuare così.
Sento sempre il bisogno di crescere, imparare cose nuove, confrontarmi, sperimentare, essere circondato da persone come me. Purtroppo non è andata esattamente come speravo.

E ringraziando il destino (o forse il fatto che magari qualcosina la so fare) sono arrivate opportunità. E adesso via, verso nuove avventure.

Destino

In realtà il destino ti chiamava e ti diceva che tu, ieri dovevi essere a Genova, a seguire la seconda edizione di un evento che ti interessava un sacco organizzato da amici bravissimi e che stimi.

E avevi in mente di fare di tutto per andarci, tentando possibili organizzazioni all’ultimo e invece no, una serie di piccoli problemi diciamo burocratici non permettevano che tu potessi prendere quel giorno di ferie, essere di nuovo in quella Genova in mezzo ai tuoi amici che non vedi da un sacco, a conoscere nuove persone, a parlare di ciò che ti piace, imparare un sacco di cose e sentirti ispirato e trascinato, esattamente come l’anno scorso.

Poi non pensi più a Genova e lasci un po’ perdere i pianti del tuo cuore e ti fai assorbire da tutto il resto della vita. E di visita medica in visita medica il destino ti porta a fissare (senza pensarci) un’altra visita proprio per ieri pomeriggio. Orario scomodo, problemi con lavoro e ultime consegne e ti rassegni a recuperare al sabato.

Non contento ovviamente di recuperare al sabato, decidi di saltare anche pausa pranzo, giusto per portarti un po’ avanti e uscire all’ultimo minuto disponibile per arrivare in tempo in ospedale.

E invece ti chiamano in ufficio, ti dicono di scendere e ti vedi una macchina accartocciata sulla tua macchina parcheggiata, che è stata sbalzata indietro fino ad urtare un’altra macchina parcheggiata. E vieni risucchiato in un vortice fatto di vigili, testimoni, assicurazioni, mail che non arrivano ah no in effetti forse ti arriva tutto per posta, stress, visite mediche già pagate e ormai perse e da riprogrammare, call center con attese infinite, operatori del soccorso stradale scazzati che danno informazioni errate, carri attrezzi che ci provano a tenerti in ostaggio la macchina per ripararla loro e la tua reazione è un ma mollatemi come un imbruttito qualsiasi ma sei troppo educato per dirlo veramente, officine,  perdite di tempo, impegni personali che saltano, esaltanti prospettive di dover gestire il tutto con un legale, vane speranze che in tempi brevi arrivi una macchina sostitutiva, illusioni che Adam torni esattamente com’era prima.

E ora, dimmelo: perché tu, ieri, non eri a Genova?

Non ancora

È un sacco che non scrivo.

Non perché non stia succedendo nulla, ma perché in realtà sta succedendo troppo ed è difficile stare dietro a tutto e avere tempo per fare qualsiasi cosa.

La stanchezza c’è, è tanta e purtroppo costante.

Però ci sono un po’ di novità che si stanno affacciando all’orizzonte, a seguito di decisioni che riguardano la vita lavorativa che presto si svilupperà su una strada diversa dall’attuale.

Però c’è anche lo scoprire quelle piccole cose che in realtà non avevo mai vissuto prima, o per lo meno non a questi livelli.

E si sta bene vivendo questa quotidianità da coppia che però non ha ancora avuto il coraggio di chiamarsi ufficialmente coppia.

Chiedimi se sono felice (e 3)

C’è questa cosa che forse si sta correndo un po’ troppo.

E oltre alla velocità, c’è il pericolo sbandata sempre in agguato.

O forse no, sto già sbandando come se stessi viaggiando con delle slick su un’asfalto più che bagnato, ma non me ne sono ancora accorto e finirò contro l’ennesimo muro e mi farò male malissimo.

Però va bene anche così e ti permetterei addirittura di chiedermi se sono felice.

Perché alla fine, pur con molta paura e nonostante tutte le altre follie e piantini™ che questo periodo si sta portando dietro, ti risponderei pure di sì.

 

Profumo

Sei stato via quasi 3 settimane, in vacanza.

Sei tornato e hai detto che quella vacanza ti serviva per trovare te stesso. Per farti delle domande e darti delle risposte. Se ha senso quello che hai fatto nell’ultimo anno, se sei cresciuto, da dove sei partito e verso dove stai andando, se questa città ha ancora senso per te.

Non mi hai detto cosa ti sei risposto, eppure, in queste 3 settimane in cui tu sei stato via, anche io mi sono più o meno fatto le stesse domande, ma a differenza tua non sono riuscito a darmi una risposta.

Non ci siamo sentiti molto, perché non volevo disturbarti nel tuo risposo.

Eppure sei rientrato e ci siamo sentiti e ci siamo visti, con entrambi questo desiderio di pizza.

Non so cosa siamo, però sentivo nelle tue parole la voglia di andartene da qui e non potevo fare a meno di pensare da egoista che non voglio che tu te ne vada prima che possiamo capire se in tutto questo c’è un noi.

Quello stare troppo vicini sul divano, guardando la TV. Quel sentire il tuo calore, sentire il tuo profumo. Che non è solo il profumo della tua pelle, ma è anche qualche spruzzata di troppo di un qualche profumo che ovviamente non so riconoscere.

E poi come sempre, finito tutto te ne scappi via e so che vorrei avere il coraggio di chiederti di rimanere a dormire, di riempire per la prima volta quel letto di due corpi che dormono.

E invece no.

E quindi rimango solo col tuo profumo che non so riconoscere e che mi si è appiccicato addosso.

Carrara

Quelle giornate festive che iniziano con mezze giornate di lavoro, quando dovresti stare a casa a sistemarla perché hai ospiti e hai anche il frigo vuoto.

Quei pomeriggi passati a pasticciare in cucina per preparare degli aperitivini.

Quegli amici che arrivano e poi aperitivo che va per le lunghe e le chiacchiere.

Quelle passeggiate notturne a Bergamo, per tentare di vedere la Carrara appena riaperta.

Quelle vasche in un Borgo Santa Caterina pieno di gente, estremamente vivo, forse anche troppo e l’indecisione nello scegliere il locale dove bere qualcosa.

Tutti quei chilometri macinati a piedi aventi e indietro.

Quella stanchezza che appena tornati a casa ti fa sedere sul divano, accendere la TV e dormire, istantaneamente. Con un sorriso stampato in faccia.

Della cattiveria di Timehop

Timehop è quell’applicazione perfida è malvagia che ti ricorda un sacco di cose che tu hai dimenticato.

Magari sono status che a distanza di anni ti vergogni di aver scritto: post in 3ª persona agli albori di Twitter, cretinate varie, frasi che non riconosci più perché scritte con uno stile che non è più il tuo, foto tirate fuori dalla library che anche no grazie.

Però Timehop riporta a galla anche frasi e immagini che ti fanno ricordare subito la situazione, il momento. Cose che avevi sepolto e che a volte ti fanno piangere, a volte ti fa piacere ricordare, come ad esempio una foto scattata in ufficio, 3 anni fa.

È così ti ricordi i tuoi compagni di stanza, i lavori di quel periodo, i fogli alle pareti e riesci a ricordare la storia, il periodo, gli aneddoti, l’atmosfera che si respirava.

E va bene, è un ricordo piacevole e si potrebbe anche pensare di ringraziare Timehop.

Il problema però viene fuori quando confronti quel passato con il tuo presente e quella brutta sensazione che in questo momento non stai costruendo alcun ricordo altrettanto forte. Adesso fai e disfi senza sosta, ma sei sempre insoddisfatto, per nulla rilassato e forse neanche troppo contento. 

Poi c’è una protagonista di quel periodo che ti scrive su WhatsApp che alla fine 3 anni fa eravamo dei giovani pirla. E ha ragione, da vendere.

Però ora che Timehop ti ha ricordato quei momenti, quei momenti ora ti mancano da qui all’infinito.