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Hello, 6.0

Alla fine son tornato qua sopra.

Ho aggiornato come sempre come uno sprovveduto senza backup di nulla a WordPress 6.0.

Non sto scrivendo più nulla, da quell’ultimo triste post di 2 anni fa.

Come vanno le cose? Bene e male. Tante novità, tante cose da stiamo a guardare.

Ma intanto teniamo aggiornato questo spazio, che sia mai mi verrà qualcosa di personale da scrivere per quei 6 bot che visitano queste pagine quotidianamente.

O c’è forse anche qualche umano?

Brutti ricordi

Non so perché ho deciso, in questo non sapere cosa fare di questi pochi giorni di ferie che sono riuscito a strappare, di tornare qualche giorno al paesello, a casa dei miei.

Fatto sta che sono al paesello, a casa dei miei.

Stavo cercando delle magliette nell’armadio e ne ho tirata fuori una che non vedevo da ormai 12 anni.

Mia madre, che era lì dietro, riconosce la maglietta ed esordisce con un “brutti ricordi”.

Ho fatto finta di nulla, rimesso la maglia dove l’avevo trovata e alla fine ho trovato quello che cercavo.

Il problema è che ora sto ripensando a tutto quello che c’è dentro quel “brutti ricordi” e a cosa si riferisse.

La maglia è il ricordo di una vacanza per me bellissima, che ha significato tante cose.

Il brutto, per me, è iniziato dopo, rientrato a casa. Complice l’outing che qualche amico o amica, forse non così tanto amico o amica, ha fatto nei confronti dei miei e tutto quello che ne è seguito.

Le crisi in famiglia, le litigate, le remote speranze completamente infrante che avrei potuto parlare di me serenamente con loro e trovare persone umane e comprensibili davanti a me, la voglia di scappare o trovare un modo di farla finita, le visite dallo psicologo perché ritenuto malato.

Gli anni, ormai 12, che intanto passano. Un argomento in puro stile don’t ask don’t tell che non viene più toccato per non soffrire ulteriormente, per stare ancora tranquillo.

E ora boom.

“Brutti ricordi”.

Il mio non dire niente sul momento ora si sta trasformando in un fuoco di rabbia interiore, sul perché per l’ennesima volta non sia in grado di affrontare le cose e chiedere cosa volesse dire con quel “brutti ricordi”.

E mi sto facendo del male immaginando le possibili risposte e le possibili motivazioni di quel “brutti ricordi”.

E non riesco ad immaginarmi un riconoscimento di quanto si siano comportati male, ma solo il fatto che anche dopo 12 anni di silenzio ancora non mi accettino.

E la voglia di litigare, urlare, andarmene subito e tagliare i ponti una volta per tutte è di nuovo fortissima.

Ma non si può fare, perché non mi conviene. Perché sto facendo affidamento a loro per non pagare più un affitto e perché il taglio di ogni ponte emotivo potrebbe equivalere al taglio di quel supporto economico necessario per far fede a impegni contrattuali ormai presi.

E quindi, ancora una volta, mi ricordo di essere di nuovo in prigione. Grazie a due semplici parole.

Fake it until you make it

Altri mesi di silenzio qua sopra, ma intanto la vita va avanti.

Come sto? Sono stanco, stantichissimo, ma sto bene.

Dopo la concretizzazione di una delusione lavorativa e la fine di un sogno in cui tanto speravo, inaspettatamente è arrivata una nuova proposta.

Una nuova avventura che mi permette di andare dove volevo andare e di vedere se quella è la mia strada.

Mi sto impegnando tantissimo, perché è dura e difficile. Le cose da fare sono tantissime, però sto bene.

Ho scoperto una carica e una grinta sul lavoro che non credevo di avere (o forse avevo solo dimenticato). Mi rendo conto che in ufficio sorrido e rido e sono socievole in un modo che forse non ero mai stato prima.

Ed è bene, no? 

 

Inserisci qui il titolo

È passato un anno e – qui sul blog – solo due post.

È di nuovo la settimana del mio compleanno e le sensazioni di adesso sono l’esatto opposto di quelle di un anno fa.

Sento più il peso delle delusioni, delle cose che in fondo non vanno e dell’incertezza che il resto. Anche se so che forse basterebbe smettere di fissare il soffitto rimuginando su scelte (o non scelte) passate, rinunciare a isolarmi così sperando che qualcuno accorra a salvarmi e rimettermi in gioco in prima persona.

Cuore di pietra

Poi mi hai chiesto timidamente se potevi abbracciarmi.

E io ti ho detto di sì e quando ti sei staccato ho visto i tuoi amici occhi umidi brillare alla fioca luce del lampione.

Volevo dirti di non farlo, di non piangere per me perché alla fine non ne vale la pena.

Volevo stringerti di nuovo, fortissimo, e dirti che andrà tutto bene e che si uscirà da questa situazione e tu sarai di nuovo felice, io chissà.

Ma non l’ho fatto, e sono stato impassibile.

Ti ho solo fatto una battuta, chiedendo se quelle fossero lacrime, che forse potevo evitare.

Mi hai dato dello scemotto e ti ho risposto con un ‘anche tu’, mi hai abbracciato di nuovo e ho aperto il cancello e sono salito in casa.

Chiedendomi quale mostro dal cuore di pietra io sia diventato.

Ma adesso, a distanza di un’ora, non faccio altro che ripensare a quei momenti e a sentire un peso sullo stomaco che non sono capace di decifrare.

Goodbye London, goodbye my friends

Lo so che come mio solito al momento dei saluti sono stato piuttosto impacciato, forse persino più del solito.

Ma è che avevo bisogno di scappare via, girare l’angolo e non farmi vedere da te mentre piangevo.

Perché non riesco a pronunciare tutti i grazie che tu e il tuo fantastico lui vi meritate. E perché non mi sembra di meritare persone così amazing come amici.

E adesso, mentre faccio l’hipster che sorseggia il suo beverone al cappuccino al Joe & the juice muovendo la testa a ritmo di Last Night A DJ Saved My Life, nascondo di nuovo le lacrime dietro lo schermo di questo mac e facendo finta di imprecare con la wifi che non mi scarica un fondamentale wetransfer da 2,4gb.

Di nuovo.

Come al solito, miliardi di cose da fare, troppo poco tempo per farle tutte, voglia scarsa e una troppa stanchezza, sia fisica che mentale.

Ansia perché sembra impossibile fare tutto, perché di nuovo mi ritrovo incastrato in dinamiche che non mi piacciono ma, con la mia incapacità cronica di dire dei no fermi e di essere gentile, carino, disponibile e preoccuparmi prima degli altri e solo poi di me, non sono capace di uscirne fuori.

E ci si trascina, come al solito, vivendo un giorno alla volta, fino a che, veramente, non si arriverà al punto di rottura. Di nuovo.

Ciao, Bergamo

Sai, Bergamo, in fondo mi dispiace di averti trascurata così tanto, di averti vissuto così poco nell’ultimo periodo.

Non sono più riuscito a esplorarti correndo, cambiando strada ogni volta seguendo il verde dei semafori, per poi ritrovarmi su salite impossibili o noiosi pezzi in piano.

Non ho più preso e fatto giretti per il centro, giusto per fare due passi, vedere la poca vita che ti anima in settimana e osservare come sei bella quando dormi.

Non sono mai riuscito a esplorarti a fondo quanto avrei voluto. Non sono più riuscito a vedere la Carrara, Città Alta ha ancora molti punti a me sconosciuti. Non ho approfondito a dovere la tua night life del weekend.

Però questa sera ti ho vissuto. E non alla maniera del pendolare che cammina veloce verso la stazione e non pensa a te.

No. Questa sera è stata la sera di due chiacchiere con un amico, un bicchiere di rosé in quell’enoteca che tanto mi piace e poi due, tre, quattro passi, da piazza Pontida a Porta Nuova e poi indietro per viette e poi di nuovo avanti verso a Porta Nuova. Un po’ in circolo, un po’ a caso, persi dalle nostre chiacchiere.

E sai, Bergamo, il tuo silenzio, i tuoi ritmi rilassati e la tua eccessiva sonnolenza mi piacciono, mi mettono tranquillità e serenità. E so già che mi mancheranno, così come mi mancherà la possibilità di alzare gli occhi davanti a me e vedere Città Alta, splendida sempre a ogni ora del giorno e della notte.