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Cuore di pietra

Poi mi hai chiesto timidamente se potevi abbracciarmi. 

E io ti ho detto di sì e quando ti sei staccato ho visto i tuoi amici occhi umidi brillare alla ficca luce del lampione.

Volevo dirti di non farlo, di non piangere per me perché alla fine non ne vale la pena. 

Volevo stringerti di nuovo, fortissimo,  e dirti che andrà tutto bene e che si uscirà da questa situazione e tu sarai di nuovo felice, io chissà. 

Ma non l’ho fatto, e sono stato impassibile. 

Ti ho solo fatto una battuta, chiedendo se quelle fossero lacrime, che forse potevo evitare. 

Mi hai dato dello scemotto e ti ho risposto con un ‘anche tu’, mi hai abbracciato di nuovo e ho aperto il cancello e sono salito in casa. 

Chiedendomi quale mostro dal cuore di pietra io sia diventato. Ma ora, a distanza di un’ora, non faccio altro che ripensare a quei momenti e a sentire un peso sullo stomaco che non sono capace di decifrare. 

32 + una casa

Una tripletta di Late Late Birthday Party.

Due pizzate, un late brunch (in cui sono riuscito a cavarmela benino, senza avvelenare la gente, nonostante le mie inesistenti capacità in cucina. Oppure ho degli amici bravissimi a mentire).

Una tripletta che è anche una doppietta di inaugurazione della casa.
Una casa che adesso, finalmente, sembra quasi finita, quasi a posto.

Una casa che, adesso, sento veramente mia.

Una casa che mi ha confermato di essere ancora più bella quando è piena di amici, tra cibi, infinite chiacchierate, risate e giocate con (e anche incredibilimente SENZA) pad in mano.

Ma è anche la conferma che ho la fortuna di avere degli amici fantastici.

E non è solo per i regali bellissimi e apprezzatissimi, per quanto differenti tra loro.

È la conferma di avere amici che mi ascoltano, mi conoscono e mi capiscono, al netto delle mie insopportabili manie, ossessioni e degli infiniti difetti.

E forse questa è la cosa più importante.

Grazie a tutti.

Il momento dei pensieri liberi

Ci sono i viaggi. Quei viaggi in macchina, da solo. Quelli di rientro verso casa, di notte.

In quei viaggi, la mente viaggia più o meno libera e processa di tutto.

Eppure questa volta no. Non riusciva a viaggiare, era fissa e in loop su una scena e tutto quello che è successo dopo.

È la scena di un’aggressione. Pochi secondi che sono sembrati un’eternità. Per persone di mezzo, le cose dette da chi tentava di separarli, la parua che potesse finire male, incapacità di capire razionalmente cosa fare. Mettersi in mezzo, chiamare il 112 o semplicemente stare in apnea fino alla fine.

È tutto ciò che è successo dopo. O almeno, quello che non è successo.

Non si è verificato, come si presuppone in uno stato civile, nel 2016, con gente più o meno istruita e civile, un prendere le distanza in modo netto da un atto di violenza. A quanto pare la violenza può essere giustificata.

Anzi, c’è stato chi “avrebbe pagato per vedere il video” e riderne.

E la mia testa è in loop, tenta di capire, riavvolgere il nastro e ragionare e arriva a una conclusione che non ha senso.

Perché siamo nel 2016 e succedono queste cose di merda.

Perché non si finisce mai di conoscere la gente (e rimanerne deluso).

 

 

In realtà 

Quasi per abitudine sto rispondendo troppe volte che ‘massì tutto bene’. 

Invece dovrei fare pace con me stesso e decidermi ad ammettere che non va tutto bene. 

Anziché andare avanti, mi sembra di essere fermo o addirittura tornare indietro. 

La perdita di una qualche forma di autonomia conquistata duramente, il rientro in una realtà da cui alla fine ero scappato perché c’erano problemi inaffrontabili. E alla fine eccomi qui, esattamente come due anni e mezzo fa. 

C’è addosso una stanchezza inspiegabile che sembra non voglia andarsene e il tutto è esasperato dall’impossibilità di poter gestirmi senza dover render conto a nessuno. 
Pensavo che il rientro potesse essere un’occasione per affrontare certi problemi. Invece non vedo dall’altra parte la voglia di farlo e tutto viene lasciato così com’è. 

E la cosa è l’ennesima cosa che mi fa stare male. Ed è brutto pensare che l’unica soluzione sia di mettere ancora dei km tra noi e sentirsi per quelle cose inutili tipo l’aver fatto la spesa o la lavatrice. 
Però, that’s it. 

Goodbye London, goodbye my friends

Lo so che come mio solito al momento dei saluti sono stato piuttosto impacciato, forse persino più del solito.

Ma è che avevo bisogno di scappare via, girare l’angolo e non farmi vedere da te mentre piangevo.

Perché non riesco a pronunciare tutti i grazie che tu e il tuo fantastico lui vi meritate. E perché non mi sembra di meritare persone così amazing come amici.

E adesso, mentre faccio l’hipster che sorseggia il suo beverone al cappuccino al Joe & the juice muovendo la testa a ritmo di Last Night A DJ Saved My Life, nascondo di nuovo le lacrime dietro lo schermo di questo mac e facendo finta di imprecare con la wifi che non mi scarica un fondamentale wetransfer da 2,4gb.

Di nuovo.

Come al solito, miliardi di cose da fare, troppo poco tempo per farle tutte, voglia scarsa e una troppa stanchezza, sia fisica che mentale.

Ansia perché sembra impossibile fare tutto, perché di nuovo mi ritrovo incastrato in dinamiche che non mi piacciono ma, con la mia incapacità cronica di dire dei no fermi e di essere gentile, carino, disponibile e preoccuparmi prima degli altri e solo poi di me, non sono capace di uscirne fuori.

E ci si trascina, come al solito, vivendo un giorno alla volta, fino a che, veramente, non si arriverà al punto di rottura. Di nuovo.

Ciao, Bergamo

Sai, Bergamo, in fondo mi dispiace di averti trascurata così tanto, di averti vissuto così poco nell’ultimo periodo.

Non sono più riuscito a esplorarti correndo, cambiando strada ogni volta seguendo il verde dei semafori, per poi ritrovarmi su salite impossibili o noiosi pezzi in piano.

Non ho più preso e fatto giretti per il centro, giusto per fare due passi, vedere la poca vita che ti anima in settimana e osservare come sei bella quando dormi.

Non sono mai riuscito a esplorarti a fondo quanto avrei voluto. Non sono più riuscito a vedere la Carrara, Città Alta ha ancora molti punti a me sconosciuti. Non ho approfondito a dovere la tua night life del weekend.

Però questa sera ti ho vissuto. E non alla maniera del pendolare che cammina veloce verso la stazione e non pensa a te.

No. Questa sera è stata la sera di due chiacchiere con un amico, un bicchiere di rosé in quell’enoteca che tanto mi piace e poi due, tre, quattro passi, da piazza Pontida a Porta Nuova e poi indietro per viette e poi di nuovo avanti verso a Porta Nuova. Un po’ in circolo, un po’ a caso, persi dalle nostre chiacchiere.

E sai, Bergamo, il tuo silenzio, i tuoi ritmi rilassati e la tua eccessiva sonnolenza mi piacciono, mi mettono tranquillità e serenità. E so già che mi mancheranno, così come mi mancherà la possibilità di alzare gli occhi davanti a me e vedere Città Alta, splendida sempre a ogni ora del giorno e della notte.

Chiavi di casa

Praticamente, ieri sera ho perso le chiavi di casa.
Giustamente me ne sono accorto solo una volta arrivato davanti casa.
Penso di essere così stordito da essere uscito senza chiavi, senza chiudere casa e provo a citofonare ai pochi vicini che conosco.
Sarà l’età media elevata nel palazzo, sarà l’ora magari un po’ tarda, nessuno risponde.
Panico.
Ovviamente, il cellulare è giustamente scarico (basta giocare a Ingress, basta!).
Mi convinco che sì, ho lasciato le chiavi di casa in ufficio, sulla scrivania, sicuro.
Torniamo a Milano!
La macchina è parcheggiata davanti casa, ma le chiavi sono in casa.
Quindi corro (circa, visto la stanchezza) in stazione a prendere il treno back to Milan.
Salgo sul treno, che ovviamente è un Garibaldi e non un Centrale diretto che ferma a Lambrate.
Prendo il Mac, attacco il cellulare, inizio ad allertare mezza gente.
Chiamo i miei. Discussioni a non finire.
Intanto faccio preoccupare amici e amiche che però mi riempiono il cuore offrendosi di venirmi a prendere o ospitarmi per la notte.
Arrivo a Garibaldi.
Scendo in metro, ma non ho il biglietto.
Evito di usare quella figata dell’app visto la batteria scarica.
Litigo con le macchinette dei biglietti che hanno deciso di non leggere né la CC né il Bancomat. Grazie di esistere AMEX.
Prima metro persa, che era quella giusta. Il successivo passa qualcosa come un’infinità di minuti dopo.
Torno in ufficio, sperando di non fare casino con l’allarme.
Niente, sulla scrivania non ci sono.
Sarebbe stato troppo bello per essere vero.
Intanto arriva mio padre, che propone insistentemente di tornare al paesello, fa niente  degli amici che abitavano a Milano e che mi avevano proposto di stare da loro a dormire. Queste cose non si fanno, disse il genitore.
Intanto cresce fame, che ormai erano le 23 e io ovviamente non avevo ancora cenato.
Stamattina partiamo prima delle 7 per Bergamo
Arrivo davanti casa.
C’è l’uomo delle pulizie.
È la persona che praticamente conosco meglio del palazzo!
Mi apre cancello e portone.
Vado al pianerottolo.
Mi avvicino cauto alla porta.
Le chiavi erano lì nella toppa.

E vissero tutti felici e contenti.