Leggo solo ora, dal thumblr di Xlthlx:

Il processo di Genova ha dimostrato ragionevolmente (e spesso con la qualità della certezza) che nessuna delle circostanze descritte dal portavoce del capo della polizia (capo della polizia era all’epoca Gianni De Gennaro) corrisponde al vero. Quelle accuse sono false, quelle ragioni sono inventate di sana pianta. Si dice che l’assalto (la “perquisizione”) fu organizzato dopo che un corteo di auto e blindati della polizia era stato, poco prima della mezzanotte, assalito in via Cesare Battisti con pietre, bottiglie e bastoni. Il processo ha dimostrato che non c’è stata nessuna pattuglia aggredita. Si dice che gli ospiti della Diaz fossero già feriti, quindi coinvolti negli scontri in città. Nessuno dei 93 arrestati era ferito prima di essere bastonato dai “celerini”. Poliziotti, comandanti, dirigenti hanno riferito che, mentre entravano nella scuola, c’è stata contro di loro una sassaiola e addirittura il lancio di un maglio spaccapietre. I filmati hanno dimostrato che non fu lanciata alcun sasso e nessun maglio. Il comandante del Reparto Mobile di Roma ha scritto in un verbale che ci fu una vigorosa resistenza da parte di “alcuni degli occupanti, armati di spranghe, bastoni e quant’altro”. Assicura che nella scuola (entra tra i primi) sono stati “abbandonati a terra, numerosi e vari attrezzi atti ad offendere, tipo bastoni, catene e anche un grosso maglio”. Nella scuola non c’è stata alcuna colluttazione, nessuna resistenza, soltanto un pestaggio. Nessuno degli occupanti ha tentato di uccidere con una coltellata il poliziotto Massimo Nucera. Due perizie dei carabinieri del Ris hanno smentito che lo sbrego nel suo corpetto possa essere il frutto di una coltellata. Nella scuola non c’erano molotov. Come ha testimoniato il vicequestore che le ha sequestrate, quelle due molotov furono ritrovate da lui non nella scuola la notte del 22 luglio, ma sul lungomare di Corso Italia nel pomeriggio del giorno precedente. La prova falsa, manipolata, è stata inspiegabilmente distrutta, durante il processo, nella questura di Genova.

Articolo completo su Repubblica.it

I’M ITALIAN AND PRIME MINISTER SILVIO BERLUSCONI IS NOT SPEAKING IN MY NAME

via Feathers

via Blue Aless Factory

via Joshua Vox

Oggi, per la seconda volta in poco tempo, il mio ego è rimasto soddisfatto.

si può fare si può fare
puoi prendere o lasciare
puoi volere
puoi lottare
fermarti e rinunciare

E non chiedetemi perchè sono giorni che ho in testa questa canzone di Branduardi!

Finalmente, con il mio solito ritardo, l’ho visto.

E non ho parole.

Perchè con questo film la Pixar ha superato se stessa. E quanto di più bello io abbia visto sul grande schermo, da un sacco di tempo a questa parte.

Un insieme unico di buoni sentimenti, fantascienza, ambientalismo.

Perchè non si può non ridere dei piccoli disastri quotidiani, non si può non patteggiare per il povero robottino schiacciarifiuti innamorato della tecnologica Eve, non si può non odiare il malefico Auto e non si può non tremare nella scena della discarica sulla nave spaziale.

E tutto mentre sullo sfondo assistiamo alla degenerazione della razza umana, incapace di camminare, agire, pensare da soli, senza l’ausilio della tecnologia, una degenerazione interrotta proprio da uno dei “pasticci” di Wall•E.

Ed è pazzesco come Pixar ha dato vita e sentimenti a dei robot che non sono esattamente antropomorfi. Era già riuscita egregiamente in questo compito con i pesci di Alla ricerca di Nemo e le macchine di Cars, ma ora si è superata. Wall•E, Eve e quasi tutti gli altri robot sono vivi e comunicano i loro stati d’animo praticamente senza parlare.

Alla fine, questa mattina mi sono svegliato tardi, troppo tardi.

Ho impiegato molto di più a fare quello che dovevo.

Poi è arrivata ora di pranzo, a tavola è successo quello che è successo e la mia produttività è calata direttamente sotto i piedi, mentre rimanevo, inerme, sul letto imprigionato dai miei pensieri.

Poi il viaggio verso Milano, la caccia del giovedì per trovar parcheggio con il mercato.

E una giornatina pesantissima, piena di grossi sconvolgimenti, a lavoro.

Poi un messaggio di stato su Facebook di un collega. E la conseguente scoperta di un’altra consegna, di cui nessuno mi aveva parlato..

E così, oltre alla tavola che devo ancora finire, oltre all’esercizio di Photoshop che devo iniziare da zero (ma di cui ho un po’ di idee, ovviamente lunghissime da realizzare), c’è anche un’altra tavola, di cui non so praticamente ancora niente.

E nessuno, su quel cavolo di libro delle faccie, che si palesi in chat e voglia spiegarmi cosa c’è da fare.

E così, sono un turbinio di stati, dal depresso, all’arrabbiato, abbattuto, incazzato (lo posso scrivere, sul mio blog?) e sconsolato.

Perchè no, non riuscirò mai a fare tutto.

E ho anche tanto sonno.

Fuori, la pioggia che cadeva.

Dentro, le lacrime che scorrevano.

Sotto, le note di una triste canzone..

I looked at your face I saw that all the love had died
I saw that we had forgotten to take the time
I, I saw that you couldn’t care less about what you do
Couldn’t care less about the lies
You couldn’t find the time to cry

We forgot about love
We forgot about faith
We forgot about trust
We forgot about us

Now our love’s floating out the window
Our love’s floating out the back door
Our love’s floating up in the sky in heaven
Where it began back in God’s hands

You said that you had said all that you had to say
You said baby it’s the end of the day
And we gave a lot but it wasn’t enough
We got so tired that we just gave up

We didn’t respect it
We went and neglected it
We didn’t deserve it
But I never expected this

Our love floated out the window
Our love floated out the back door
Our love floated up in the sky to heaven
It’s part of a plan
It’s back in God’s hands
Back in God’s hands

It didn’t last
It’s a thing of the past
Oh we didn’t understand
Just what we had
Oh I want it back
Just what we had
Oh I want it back
Oh just what we had

Tra un portata e l’altra se ne salta fuori con qualcosa tipo “l’altra sera mi ha sentito piangere… anche le madri hanno momenti di sconforto… ma bisogna essere rispettosi dei sentimenti”.

Ovviamente con il suo solito tono da arrabbiata, da ho ragione solo io e tu sei (e mi fai) schifo.

E, la cosa, ovviamente mi ha fatto arrabbiare.

Da che pulpito viene la predica!

Pretende rispetto! Rispetto per cosa? Per le belle parole che mi ha detto? Per come si è comportata in questi ultimi mesi? Per come non rispetta me, i miei sentimenti, le mie scelte, il mio essere?

E, ovviamente, ho finito lì il mio pranzo. Dopo il primo.

Perchè a me, in quei momenti, mi si chiude lo stomaco e non riesco a fare altro che non assistere ai pensieri che cozzano, impazziti, dentro la mia testa.

Il cambiamento è arrivato in America, dove tutto è possibile.
Non siamo una collezione di individui.
Siamo gli USA

Barack Obama, 5-11-’08

Bene o male, vista dall’altra parte dell’Atlantico, era un personaggio che comunicava fiducia, ispirava simpatia e speranza.

Tutto il contrario del suo oppositore e della sua -lasciamoperderecosa- vice.

Lo davano per favorito.

E sembrava troppo bello per essere vero.

E l’America ha assolto il suo dovere democratico, votando, ieri.

E l’America ha scelto lui.

Barack Obama.

Brava America.

E ora c’è speranza e fiducia per quello che farà, per come gli USA riuscirà ad influenzare il mondo, per come gestirà le patate bollenti lasciategli da Giorgio Cespuglio.

Yes, we can.

Sì. Tu e gli USA ci sieti riusciti.

Complimenti

Ovviamente, non riescivo a dormire.

Così, per conciliarmi il sonno, ho messo su un episodio di Nip/Tuck. Uno, due, tre. Fino ad arrivare alla fine (drammatica) della serie. Giusto per tirarmi su il morale.

E ora che è finita, ora che ho buttato via ore preziose di sonno prima dell’esame di domani, non riesco - ovviamente - ancora a dormire.

Perchè non faccio altro che ripensare e rivedermi lì sopra, in corridoio. Sento di nuovo il gelo ai piedi e l’angoscia per il mio immobilismo.

Che forse non avrebbe cambiato nulla, ma mi detesto.

Ho la sensazione di aver sbagliato a non fare nulla.

E mi odio, profondamente, perchè, come al solito, lascio che le cose succedano, senza tentare di influenzarle a mio vantaggio, per poter tentare di vivere meglio, per me e per tutti quelli che mi stanno intorno.