I’M ITALIAN AND PRIME MINISTER SILVIO BERLUSCONI IS NOT SPEAKING IN MY NAME
via Feathers
via Joshua Vox
Oggi, per la seconda volta in poco tempo, il mio ego è rimasto soddisfatto.
si può fare si può fare
puoi prendere o lasciare
puoi volere
puoi lottare
fermarti e rinunciare
E non chiedetemi perchè sono giorni che ho in testa questa canzone di Branduardi!
Finalmente, con il mio solito ritardo, l’ho visto.
E non ho parole.
Perchè con questo film la Pixar ha superato se stessa. E quanto di più bello io abbia visto sul grande schermo, da un sacco di tempo a questa parte.
Un insieme unico di buoni sentimenti, fantascienza, ambientalismo.
Perchè non si può non ridere dei piccoli disastri quotidiani, non si può non patteggiare per il povero robottino schiacciarifiuti innamorato della tecnologica Eve, non si può non odiare il malefico Auto e non si può non tremare nella scena della discarica sulla nave spaziale.
E tutto mentre sullo sfondo assistiamo alla degenerazione della razza umana, incapace di camminare, agire, pensare da soli, senza l’ausilio della tecnologia, una degenerazione interrotta proprio da uno dei “pasticci” di Wall•E.
Ed è pazzesco come Pixar ha dato vita e sentimenti a dei robot che non sono esattamente antropomorfi. Era già riuscita egregiamente in questo compito con i pesci di Alla ricerca di Nemo e le macchine di Cars, ma ora si è superata. Wall•E, Eve e quasi tutti gli altri robot sono vivi e comunicano i loro stati d’animo praticamente senza parlare.
Alla fine, questa mattina mi sono svegliato tardi, troppo tardi.
Ho impiegato molto di più a fare quello che dovevo.
Poi è arrivata ora di pranzo, a tavola è successo quello che è successo e la mia produttività è calata direttamente sotto i piedi, mentre rimanevo, inerme, sul letto imprigionato dai miei pensieri.
Poi il viaggio verso Milano, la caccia del giovedì per trovar parcheggio con il mercato.
E una giornatina pesantissima, piena di grossi sconvolgimenti, a lavoro.
Poi un messaggio di stato su Facebook di un collega. E la conseguente scoperta di un’altra consegna, di cui nessuno mi aveva parlato..
E così, oltre alla tavola che devo ancora finire, oltre all’esercizio di Photoshop che devo iniziare da zero (ma di cui ho un po’ di idee, ovviamente lunghissime da realizzare), c’è anche un’altra tavola, di cui non so praticamente ancora niente.
E nessuno, su quel cavolo di libro delle faccie, che si palesi in chat e voglia spiegarmi cosa c’è da fare.
E così, sono un turbinio di stati, dal depresso, all’arrabbiato, abbattuto, incazzato (lo posso scrivere, sul mio blog?) e sconsolato.
Perchè no, non riuscirò mai a fare tutto.
E ho anche tanto sonno.
Fuori, la pioggia che cadeva.
Dentro, le lacrime che scorrevano.
Sotto, le note di una triste canzone..
I looked at your face I saw that all the love had died
I saw that we had forgotten to take the time
I, I saw that you couldn’t care less about what you do
Couldn’t care less about the lies
You couldn’t find the time to cryWe forgot about love
We forgot about faith
We forgot about trust
We forgot about usNow our love’s floating out the window
Our love’s floating out the back door
Our love’s floating up in the sky in heaven
Where it began back in God’s handsYou said that you had said all that you had to say
You said baby it’s the end of the day
And we gave a lot but it wasn’t enough
We got so tired that we just gave upWe didn’t respect it
We went and neglected it
We didn’t deserve it
But I never expected thisOur love floated out the window
Our love floated out the back door
Our love floated up in the sky to heaven
It’s part of a plan
It’s back in God’s hands
Back in God’s handsIt didn’t last
It’s a thing of the past
Oh we didn’t understand
Just what we had
Oh I want it back
Just what we had
Oh I want it back
Oh just what we had
Tra un portata e l’altra se ne salta fuori con qualcosa tipo “l’altra sera mi ha sentito piangere… anche le madri hanno momenti di sconforto… ma bisogna essere rispettosi dei sentimenti”.
Ovviamente con il suo solito tono da arrabbiata, da ho ragione solo io e tu sei (e mi fai) schifo.
E, la cosa, ovviamente mi ha fatto arrabbiare.
Da che pulpito viene la predica!
Pretende rispetto! Rispetto per cosa? Per le belle parole che mi ha detto? Per come si è comportata in questi ultimi mesi? Per come non rispetta me, i miei sentimenti, le mie scelte, il mio essere?
E, ovviamente, ho finito lì il mio pranzo. Dopo il primo.
Perchè a me, in quei momenti, mi si chiude lo stomaco e non riesco a fare altro che non assistere ai pensieri che cozzano, impazziti, dentro la mia testa.
Il cambiamento è arrivato in America, dove tutto è possibile.
Non siamo una collezione di individui.
Siamo gli USA
Barack Obama, 5-11-’08
Bene o male, vista dall’altra parte dell’Atlantico, era un personaggio che comunicava fiducia, ispirava simpatia e speranza.
Tutto il contrario del suo oppositore e della sua -lasciamoperderecosa- vice.
Lo davano per favorito.
E sembrava troppo bello per essere vero.
E l’America ha assolto il suo dovere democratico, votando, ieri.
E l’America ha scelto lui.
Barack Obama.
Brava America.
E ora c’è speranza e fiducia per quello che farà , per come gli USA riuscirà ad influenzare il mondo, per come gestirà le patate bollenti lasciategli da Giorgio Cespuglio.
Yes, we can.
Sì. Tu e gli USA ci sieti riusciti.
Complimenti
Ovviamente, non riescivo a dormire.
Così, per conciliarmi il sonno, ho messo su un episodio di Nip/Tuck. Uno, due, tre. Fino ad arrivare alla fine (drammatica) della serie. Giusto per tirarmi su il morale.
E ora che è finita, ora che ho buttato via ore preziose di sonno prima dell’esame di domani, non riesco – ovviamente – ancora a dormire.
Perchè non faccio altro che ripensare e rivedermi lì sopra, in corridoio. Sento di nuovo il gelo ai piedi e l’angoscia per il mio immobilismo.
Che forse non avrebbe cambiato nulla, ma mi detesto.
Ho la sensazione di aver sbagliato a non fare nulla.
E mi odio, profondamente, perchè, come al solito, lascio che le cose succedano, senza tentare di influenzarle a mio vantaggio, per poter tentare di vivere meglio, per me e per tutti quelli che mi stanno intorno.
L’avevo sentita piangere, dall’alto, mentre io ero giù in camera.
Così, piano, evitando di fare rumore, senza ciabatte, son salito, per tentare di capire cosa fosse successo.
Ogni scalino che facevo, sentivo il suo pianto sempre più forte, disperato, giungere da dietro la porta chiusa della sua camera.
E il pianto, il singhiozzo, le parole che non riuscivo a comprendere, le parole di lui per tranquillizzarla, per calmarla, per capire cosa fosse successo.
Poi, poco a poco, il pianto si fa sempre più debole, finchè lassù, in corridoio, sento solo il tic tac delle lancette dell’orologio della cucina del piano inferiore.
Rimango comunque lì, immobile. Mi siedo, appoggiandomi allo stipite della porta. Dal basso, la luce di camera mia lasciata accesa delineava le forme della scala.
E a parte l’orologio, era tutto silenzioso. I piedi erano sempre più freddi, a contatto con il pavimento.
Finchè poi, la sua voce.
Non più tremante e singhiozzante dal pianto.
Ma ferma, come se in quegli attimi di apparente tranquillità , avesse preso una decisione.
Sì. Ha preso la stessa decisione che io ho già preso settimane fa.
Ha deciso che noi, per lei, non esistiamo più, proprio come io, settimane fa, avevo deciso che loro per me non sarebbero più esistiti, almeno finchè le cose non cambiavano.
E così, se mentre la sentivo piangere avevo schifo per quel qualcosa che mi paralizzava, mi bloccava dall’aprire la porta della camera e dal correre ad abbracciarla, ora, sentirla pronunciare queste parole, mi faceva arrabbiare. E molto.
Perchè le sue parole dimostravano ancora una volta di non aver capito le mie ragioni, il motivo della mia scelta. Come se mi divertissi a fare così, come se lo facessi per gioco.
Perchè volevo solo entrare, urlarle con tutto il fiato che avevo in corpo che era una stronza, che mi aveva rovinato la vita e ancora continuava a rovinarmela e che la odiavo, che non mi fregava più nulla che io per lei non più nessuno, visto che lei, per me, aveva cessato di essere qualcuno già da prima.
Ma non l’ho fatto. Sarebbe stata la rabbia a parlare. La rabbia di non sentirmi bene, di non sentirmi voluto e accettato, la rabbia di non poter essere me stesso tra queste quattro mura.
E così sono rimasto in corridoio.
Fermo, zitto, paralizzato.
Avvolto nel silenzio.
Il silenzio di una famiglia che lentamente, giorno dopo giorno, si sta distruggendo.
E in quell’immobilismo, solo un’azione, prima di tornare in camera.
Prendere la porta del corridoio e chiuderla, sbattendola, alle mie spalle.
Per far presente che c’ero anch’io, per sfogare un po’ la rabbia, prima di tornare in camera, chiudere il libro, scrivere queste righe per il mondo e cacciarmi sotto le coperte a piangere, piangere e piangere.