Archivio mensile:Giugno 2008

Bologna ’08

Attraversare le vie di una città  a misura d’uomo, circondato da suoni e colori.

Macinare chilometri, forse un paio di troppo, stringendo una mano e sentirla calda, viva, sentirla mia.

Commentare, ridere, correre a fare qualche foto e fermarsi ad aspettare gli altri.

Osservare con occhi curiosi il pacifico fiume che felice, allegro e gioioso scorreva tra il traffico e le case.

Vedere di essere visti dai cittadini, dai curiosi, dagli automobilisti fermi nel traffico, dagli studenti sui balconi, dalle vecchiette nascoste dietro le tende.

Gli occhi umidi durante i discorsi finali.

Un senso estremo di libertà , di poter esser me stesso, senza alcun vincolo.

Avere ancora una volta la conferma di non essere solo, di essere tutti uguali e ognuno diverso.

Ma anche la brutta sensazione di non essere visti da chi doveva vederci, di essere ignorati da chi ci dovrebbe ascoltare, di non essere considerati da chi dovrebbe fare informazione.

Questione di (auto)limitazione e fiducia reciproca

Argomento spinoso.. e capisco come si possa sentire il Gatto.

E, sinceramente non so neanche se mi conviene scrivere qui certe cose, visto che qualcuno (fiu fiuuuu) legge. E abbiamo visioni un po’ diverse su certe cose. E non vorrei che questi miei pensieri abbastanza sconclusionati possano creare qualche problema. Ma siano, invece, uno spunto per costruire qualcosa, per ragionare a vicenda sui rispettivi caratteri e sul modo di sentire e percepire il medesimo avvenimento. E di crescere, col confronto.

Perchè io, sostanzialmente, sono per la “non limitazione” dell’altro e, di conseguenza, per la “non limitazione” di me stesso. Sì, esatto. Questo principio è proprio da leggersi come un “fai pure tutto quello che vuoi”. Io mi fido di te. E ciò è possibile solo perchè io ti amo e tu ami me, perchè abbiamo costruito tra di noi qualcosa che è veramente importante.

Un incontro con un ipotetico terzo non lo vedrei come motivo di stare male o essere geloso, perchè rientrerebbe nel discorso di fiducia di prima. Io ti amo e tu ami me, quindi con questo terzo tu non faresti nulla che non dovresti fare. Anzi, neanche. L’idea che tu, Amore, faccia qualcosa che non dovresti fare, è esclusa a priori, visto che ci amiamo e io mi fido di te.

Ma se poi, con questo terzo, ci fai qualcosa, allora è un problema. È però un problema tuo, non mio. È tuo, perchè allora vuol dire che non mi ami veramente. È tuo, perchè vuol dire che tu sei stato scorretto nei miei confronti. E allora, solo allora, credo di essere in diritto di stare male, essere arrabbiato.

Certo, questo è il mio principio di massima. Ed è altrettanto ovvio che poi tutto dipende dalle altre variabili.

Perchè, ad esempio, so che tu, al contrario di me, stai male in certe situazioni. E cerco quindi di agire di conseguenza e non far succedere certe cose che so che ti possano far star male.

Cose che so.. sapere.. Ma come faccio a saperle? Come faccio a sapere cosa ti urta?

Credo sia possibile solo con l’esperienza, con il conoscersi reciprocamente. Ovvero vivendo, essendo se stessi, essendo una coppia, sbagliando, sbagliando senza sapere di stare sbagliando.

Il brutto degli sbagli che fanno stare male l’altro è che l’altro deve dirtelo, deve fartelo sapere o tu devi riuscire in qualche modo ad accorgertene. Per poter chiedere scusa, per rimediare all’errore e per imparare dall’errore stesso. E la prima cosa che si impara è di non sottovalutare o essere superficiale su azioni, fatti, progetti, idee, desideri e speranze che invece sai (perchè l’hai scoperto sbagliando) che sono importanti per l’altro.

Prima ho volutamente puntualizzato sbagliando senza sapere di stare sbagliando. Perchè il caso dello sbagliare sapendo di sbagliare rientra nel discorso di fiducia di prima. Io ti amo e tu ami me, quindi non puoi sbagliare (e farmi male) sapendo di sbagliare (e di farmi male). Anzi, neanche. L’idea che tu, Amore, sbagli (facendomi male) sapendo di sbagliare (e di farmi male), è esclusa a priori, visto che ci amiamo e io mi fido di te.

E allora, se tu sbagli sapendo di sbagliare, è un problema. E, come prima, è un problema tuo, non mio. È tuo, perchè allora vuol dire che non mi ami veramente. È tuo, perchè vuol dire che tu sei stato scorretto nei miei confronti, sapendo di esserlo. E forse vuol dire che le cose dovrebbero un po’ essere messe in discussione.

Tornando invece al discorso generale, volevo evidenziare un’altra variabile. È quella dello stato della relazione, lo stadio in cui si trova. Se è appena nata, se vegeta in qualche modo, se si avvia ad un misero declino.

Poniamo il caso che ci sia conosciuti da poco, che la relazione (o come la vuoi chiamare) si trova proprio all’inizio, che sta muovendo i primi passi. Poi una vacanza programmata da tempo e qualche chilometro di distanza. E poniamo il caso che tu, che sei ancora nella grande afosa città  decida di uscire con un altro, dopo aver condiviso, in questi primi giorni, un sacco di bei momenti (intimi, tra l’altro e non solo!).

Beh, sinceramente.. ma che cavolo ti viene in mente? Guai a te (e dico guai a te!) se esci con Tizio Caio Sempronio solo per una birra e solo per fare quattro chiacchiere punto e basta, e comunque lui sa che ci vediamo.

E io, sinceramente, col cavolo che me sto zitto!

Questione di nomi e sigle

Non so per qualche strano e assurdo motivo mi sia venuto in mente ora, ma io ho sempre voluto un PowerBook. Sì, ok, ora ho un bel MacBook Pro. Che esteticamente uguale al PowerBook ed è pure molto più power, con un cuore tutto Intel e uno schermo con retro illuminazione a led.

Però il PowerBook aveva una cosa favolosa, che si è persa con “nuova generazione”: il nome. Perchè il PowerBook era ed è il PowerBook. Che poi lo potevi scrivere anche pauerbuk, a era uguali. Capivi esattamente cos’era, domandandoti solo se era il piccolino da 12″, il medio da 15 e il maxi da 17.

Ora invece.. il PowerBook è morto. E vive il MacBook Pro. Se ne parli, soprattutto a voce, lo potresti chiamare amichevolmente MacBook. Però così si confonderebbe con il fratellino bianco. E tu non vuoi che uno pensi che tu abbia quello bianco piccolo tanto caruccio. Se però lo chiami MacBook Pro.. ecco, allora diventi uno sborone, vuoi fare il figo, perchè hai aggiunto, hai specificato quel Pro finale. E poi.. prova un po’ tu a pronunciare mecbucpro. Non è troppo pesante, troppo “c” “c”, decisamente poco scorrevole? Ma si potrebbe pensare di omettere il mecbook. Alla fine, con l’Air, l’abbreviazione funziona. Può essere chiamato così, senza specificare che è un mecbuc. Perchè l’Air è l’Air. È il computer può sottile del mondo, anche dei Vaio, che entra nelle buste porta documenti americane. E con il Pro? No, uff, non lo puoi neanche chiamare solo Pro. Cos’è il Pro? Il MacPro? L’account pro di Flickr? No, no, non rende.

E quindi, tutte le volte, decidi che devi scegliere. Se fare lo sborone o far confondere il tuo amato mac. E, nel caso, decidi di fare una volta l’uno, una volta l’altro. Così, grazie al potere della media, tutto si riequilibra. Chiedendo però, allo Zio Steve, di pensare anche a queste cose fondamentali (e basilari) quando sceglie il nome per un prodotto.

Il grande salto

Eccoci qui.

Sono giorni (notti?)che ci sto lavorando e, in realtà , non è ancora finito. Sto litigando con i cubetti che mostreranno le date dei post, non tutte le stringhe di testo sono state tradotte in italiano, il logo qui in alto non riporta alla home (visto che qui in alto ci sarà  anche una barra con i vari pulsanti, ma mi son dimenticata di farla), non ho attivato i gravatar per i commenti (che devono essere pure sistemati).

Ma come al solito, sono sempre impaziente. E mi andava di rendere “pubblico” il “nuovo” blog e magari aspettare qualche consiglio da parte della blogosfera su cosa migliorare di questo (tutto mio) template, ancora in versione beta 😛

Tutti i post e i commenti dei vecchi Me or not? e Free Magenta sono stati importati qui su WordPress (e presto Free Magenta avrà  pure un suo pulsantino e un suo stile per i post), mentre i blog “originali” verranno abbandonati al loro destino, ma non cancellati.

Quindi che dire.. aggiornate l’indirizzo nel feed reader (se lo usate) e..

benvenuti sul nuovo Me or not!

I giorni del fare

Sono giorni che sono pienissimo di cose da fare. 

No, non la mattina quando dormo, cosa che però ha creato qualche problema.
Le ho a lavoro. E ne sono sommerso. Perchè, come al solito, si deve fare tutto, all’ultimo minuto.
Ma le ho, soprattutto a casa. Diviso tra lo studio per passare i test d’ammissione a settembre, la lettura di riviste/blog del settore/tutorial per diventare più bravo, qualche lavoretto vario ed eventuale per fare curriculum, portfolio ed esperienze e qualche piccolo sfizio personale.
E, ovviamente, non riesco a stare dietro a tutto. Non riesco a darmi i ritmi giusti. Non riesco a dare il giusto peso alle cose. Uff!

Approvato

Complimenti.

[…] Può il capo del governo imbrogliare il garante della Costituzione? Può inserire con un artificio un codicillo già  respinto per l’inesistenza di “necessità  e urgenza”? Deve firmarlo il Capo dello Stato? Può non firmarlo? È una strada “difficilmente praticabile”, si dice, anche perché “non ci sono precedenti”. E si comprende. La Costituzione dà  per implicita la leale collaborazione tra gli organi dello Stato. Quando questa non c’è o diventa beffa, bisogna esplorare strade nuove. Esistono? Quali sono? Quale contributo culturale intende dare oggi la società  dei costituzionalisti a questo confronto? Il governo diffonde la bubbola che il codicillo (liberatorio per Berlusconi) consente ai giudici di affrontare i reati più gravi.
[…]
Forse sarebbe meglio affrontare tutti coloro (e sono moltissimi, i più) che sono sordi ai guai giudiziari di Berlusconi e pensano che “vabbè, è un corruttore, ma per me va bene lo stesso…”. Forse bisogna informarli che, non di Berlusconi si discute, ma della loro, personale sicurezza. Perché se, come sostiene l’avvocato del Cavaliere, diventano reatucci la rapina semplice, il furto in appartamento, l’omicidio colposo degli ubriaconi al volante, il sequestro di persona non a scopo di estorsione (non erano i partiti di governo a suggerire che le zingarelle portano via i bambini dalla culla?), la sicurezza in pericolo non è quella del capo del governo e del suo legale, ma di chi è esposto a questi reati. […]

 

di Giuseppe d’Avanzo

Povera italia, poveri italiani. Che lo hanno votato, chiudendo gli occhi, mettendosi i tappi alle orecchie, tappandosi il naso e spegnendo la voce della logica e della ragione.

Lo scientifico tentativo di impedire la formazione della pubblica opinione, consapevole in quanto informata

[…] Il disegno di legge sulle intercettazioni presentato ieri dal governo, infatti, non impedisce solo la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, con pene fino a 3 anni (e sospensione dalla professione) per il cronista autore dell’articolo e fino a 400 mila euro per l’editore. Le nuove norme vietano all’articolo 2 la pubblicazione “anche parziale o per riassunto” degli atti delle indagini preliminari “anche se non sussiste più il segreto”, fino all’inizio del dibattimento.

Questo significa il silenzio su qualsiasi notizia di inchiesta giudiziaria, arresto, interrogatorio, dichiarazione di parte offesa, argomenti delle difese, conclusioni delle indagini preliminari, richiesta di rinvio a giudizio. Tutto l’iter investigativo e istruttorio che precede l’ordinanza del giudice dell’udienza preliminare è ora coperto dal silenzio, anche se è un iter che nella lentezza giudiziaria italiana può durare quattro-sei anni, in qualche caso dieci. In questo spazio muto e segreto, c’è ora l’obbligo (articolo 12) di “informare l’autorità  ecclesiastica” quando l’indagato è un religioso cattolico, mentre se è un Vescovo si informerà  direttamente il Cardinale Segretario di Stato del Vaticano, con un inedito privilegio per il Capo del governo di uno Stato straniero, e per i cittadini-sacerdoti, più cittadini degli altri.

Se il diritto di cronaca è mutilato, il diritto del cittadino a sapere e a conoscere è fortemente limitato. Con questa norma, non avremmo saputo niente dello spionaggio Telecom, del sequestro di Abu Omar, della scalata all’Antonveneta, della scalata Unipol alla Bnl, del default Parmalat, della vicenda Moggi, della subalternità  di Saccà  a Berlusconi, dei “pizzini” di Provenzano, della disinformazione organizzata da Pollari e Pompa, e infine degli orrori della clinica Santa Rita di Milano. Ma non c’è solo l’ossessione privata di Berlusconi contro i magistrati e i giornalisti (alcuni).

C’è anche il tentativo scientifico di impedire la formazione di quel soggetto cruciale di ogni moderna democrazia che è la pubblica opinione, un’opinione consapevole proprio in quanto informata, e influente perché organizzata come attore cosciente della moderna agorà . No alla pubblica opinione (che non sappia, che non conosca) a favore di opinioni private, meglio se disorientate e spaventate, chiuse in orizzonti biografici e in paure separate, convinte che non esista più un’azione pubblica efficace, una risposta collettiva a problemi individuali. […]

Povera, povera Italia.
Temevo (anzi, ero certo) che in breve tempo saremmo ricaduti nel tunnel.

Update: a riguardo, ho trovato anche questo video, con il commento di Marco Travaglio…