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Nonna & Diva 2009 Educational

Sinceramente, c’è troppo da dire di questi 3 giorni in quel di Padova/Venezia.

Quindi non so se riuscirò a scrivere un post sensato.

La prima tragedia con i treni arriva salendo sul regionale che ci porta a Milano. Caldo, puzzolente, con i sedili lerci. Mi ha fatto già  rimpiangere di non essere partiti in macchina. Fortuna che poi il trasbordo sull’Eurostar a Milano mi ha fatto ricredere, seduto comodo, con una presa a cui attaccare l’iPhone e con una temperatura decente. Tale eurostar, su cui abbiamo incontrato Ribaldo, arriverà  poi a Padova con 38 minuti di ritardo, su 125 previsti di viaggio.

A Padova ci accoglie l’Anziana Miss Marple, che ci porta subito sul favoloso, silenzioso e congelante tram azzurro. È ormai sera, quindi vediamo una Padova buia e silenziosa, ma non passa inosservato il monumento dedicato all’11 Settembre di Daniel Libeskind.

La casa del nostro ospite è come dovrebbe essere: mobili antichi, alcuni impreziositi con splendidi lavori di decoupage, collezioni di scatole di latta (twinings!) un po’ ovunque. E quella meravigliosa camera da letto padronale con il copriletto (di un letto comodissimo, tra l’altro!) viola.

Inutile dire che l’Anziana si è prodigata per noi in cucina e ha preparato delle delizie.

Serata in casa a ciacolare finché non sono più o meno stramazzato nel letto, fino alla mattina dopo.

Partenza per Venezia, con incontro combinato sul treno con Edgar. Siamo quasi in dirittura d’arrivo a Santa Lucia quando vediamo, sul treno vicino al nostro, un Poto spiaccicato sul finestrino. Chissà , magari stava aspettando qualcuno…

Intravedo da lontano il ponte di Calatrava (che nessuno mi ha portato a vedere da vicino, e vi informo che me ne ricorderò a vita!) e poi corriamo verso il cuore della città , alla ricerca di un posto conosciuto dall’Anziana in cui sfamarci.

In tale posto mangiamo sanissimi cibi 100% fritto, 100% gusto.

Successivamente tentiamo di raggiungere la Biennale, con una cartina in mano al Byb (cosa assai pericolosa). Della Biennale… beh! L’unica cosa da dire è che vale assolutamente la pena di visitarla, magari con un po’ più di calma. Molte opere interessanti, alcune abbastanza inutili.

Poi l’incontro con Rosa & Tino, alla statua di Garibaldi, mentre Poto ci aveva già  abbandonato per doverosi impegni sociali. Si tenta di andare ai Giardini, dove c’era un’altra parte dell’esposizione della Biennale, ma scopriamo che avrebbe chiuso nel giro di mezz’ora e non ci sentiamo di obbligare R&T a pagare 18 euro per mezz’ora di mostra, ripromettendoci di visitarla un’altra volta.

Così ci adagiamo sui tavolini di un bar lì vicino per una sana caraffa da un litro di spritz, mentre Ribaldo e Edgar invece visitavano i Giardini.

Poi, ovviamente, ci si perde. Si corre a recuperare i 2 persi inseguendo chissà  quale enorme nave da crociera (non era più facile dire: girate a sinistra alla fine della via? :P).

E alla fine, cerchiamo il posto perfetto dove cenare. Grazie alle nuove tecnologie riusciamo a trovare il ristorante/osteria la Vedova, che era ovviamente piena. Giriamo ancora un po’ per i calli e troviamo un altro ristorantino interessante, se non per i bambini urlanti che lo popolavano.

E poi boh, la corsa verso la stazione e il casino per fare i biglietti per il ritorno, visto che i posti su praticamente l’unico treno rimasto erano esauriti. Facciamo il biglietto per un treno di pari classe ma di un altra ora, giusto per evitare la multa e poi tentiamo di prenderlo. Tale treno era un intercitynight per Munchen. Tante carrozze tedesche e una unica carrozza italiana. L’unica carrozza italiana scoppiava, visto il numero di persone in piedi.

Il treno parte, molti scendono a Mestre e veniamo cacciati dalla parte tedesca da una gentile signora nana e antipatica che ci ha detto chissà  cosa. Torniamo così nella parte italiana, assieme ad un duo di vicentini alquanto ubriachi. Lei, oltre ad essere ubriaca, è in lacrime, perché lui ha regalato delle rose a lei, ma anche ad un altra e allora lui, per sdrammatizzare, decide di regalare ad ognuno di noi altre rose, che sono sul pavimento del treno, schiacciate da valige, piedi e qualsiasi altra cosa. Inutile poi tentare di fare capire che noi scendevamo a Padova, loro dovevano stare sopra fino a Vicenza e che Vicenza era prima di Verona. Alla fine non capivano più nulla e volevano scendere prima a Padova poi a Verona. Povero Edgar che si è dovuti sorbire più di noi.

Tornati a Padova, altro giro in tram blu silenzioso figoso ma congelante fino alla nostra dimora temporanea. Poi gli altri si sono messi a fare discorsi un po’ troppo culturali per i miei gusti, tanto da convincermi a fare l’asociale e dormire, visto che ero stremato da questa mia prima volta a Venezia.

Il giorno dopo, sveglia con la doverosa calma, altro ottimo pranzetto e, una volta preparati gli zaini, siamo andati a vedere la mostra sul Signorini allestita a Palazzo Zabarella. Mostra interessante, un allestimento ben curato (altro che quelli di Palazzo Reale!), solo che il Signorini non è esattamente il mio genere, anche se molti quadri erano notevoli.

Salutiamo Ribaldo, che avrebbe preso l’Eurostar prima del nostro, mentre noi finiamo con calma il giro della mostra e dopo facciamo un giretto per Padova, piena di vita per la festa delle associazioni o una cosa del genere.

Decidiamo di sederci ad un bar gelateria, che bocciamo per il pessimo servizio, la panna acida che hanno usato per il gelato e per la clientela decisamente autoctona decisamente troppo tirata. Aggiungiamo anche il prezzo stratosferico (15 euro per 3 coppette) e sembrava quasi di essere a Milano.

Arriviamo poi in stazione, attendiamo il nostro Eurostar e scopriamo via SMS dal buon Ribaldo che loro sono bloccati a Rezzato, prima di Brescia, visto che un ragazzo è stato investito dal loro treno.

Prevediamo notevoli ritardi… ed è così. Partiamo giusti da Padova, ma iniziamo a rallentare lungo la linea. Nel frattempo scopriamo che il ragazzo si era suicidato e prima del gesto aveva avvisato i genitori via sms.

Tristezza per lui, per quello che l’ha spinto al folle gesto, ma anche un po’ di noia nei confronti di come Trenitalia ha gestito l’emergenza. Il nostro treno è stato fermo prima mezz’ora, poi 20 minuti, ufficiali. Ma, non si sa come, questi 30+20 erano diventati già  69 minuti di ritardo. A Vicenza già  sono saliti passeggeri che avevano prenotato sull’Eurostar successivo e si son ritrovate in piedi. Ma a Verona (o non ricordo dove) è successo il peggio, quando sono saliti passeggeri di un regionale che era stato soppresso. Così il treno è stato declassato e, oltre al notevole ritardo, ha fatto tutte le fermate fino a Brescia.

A Brescia, poi, è ritornato ad essere un diretto fino a Milano e qualcuno è sceso, ma erano ancora sul treno quella coppia di strani personaggi che ha passato tutto il viaggio al telefono a dire alla madre, al padre, all’amica, alla suocera e al suocero quanto Trenitalia facesse schifo, come non sanno gestire le cose, che erano su un vagone che sembra quello dei deportati verso i campi di concentramento ed io, per evitare di sentire e incazzarmi, sinceramente, mi son sparato Maaaadanna a tutto volume.

Alla fine arriviamo a Milano con 129 minuti di ritardo (su 125 di viaggio previsto). Pausa bagno (che proprio non ce la facevo più e in treno era impossibile muoversi), pagando un euro e passando per tornelli manco fossero quelli della metro.

Poi alle macchinette automatiche per fare i biglietti per il ritorno e poi di corsa al McDonald fuori Centrale per prendere qualcosa da mangiare d’asporto, visto che erano le 22 e passa.

Ritorniamo in centrale, affrontando anche una scala mobile immobile (argh!) e saliamo sul treno, ovviamente pieno.

Il treno parte, noi mangiamo, messaggiamo un po’ tutti avvisando della situazione e, alla fine, mi è venuto un mal di testa tremendo, che non mi ha abbandonato fino a che non mi sono addormentato nel mio lettuccio.

E ora, ci sarà  un qualche modo per chiedere un rimborso a Trenitalia per questi ritardi?

Il rientro a casa

Un film non visto, l’iPhone con la batteria morta, una profonda stanchezza che non capisco da dove venga, un evento dell’associazione bigiato, un mezzo incontro di lavoro saltato a piè pari, il rientro a casa che – bah.

E in questi giorni dovevo prendere delle decisioni.

E non le ho prese.

Tra due fuochi

Che poi, dalla brutta riunione che non mi è piaciuta neanche un po’, siamo finiti ad una situazione interessante.

Due fuochi dalle idee più o meno opposte e io rigorosamente in mezzo, a dover mediare il tutto e operare anche delle scelte.

Scelte che non sono in grado di effettuare. Da una parte la logica e la razionalità , dall’altra il rischio e la fiducia nel futuro.

Ma io sono dannatamente tentato di optare il rischio, rischiando di finire da solo in balia di me stesso.

Viaggio malinconico

Occhi fissi sulla strada, mente vuota, nessuna voglia di parole sentite o pronunciate. Solo una malinconica canzone di sottofondo.

For those who’ve slept
For those who’ve kept
Themselves jacked up
How Jesus wept
Sunday
Sunday

For those in need
For those who speed
For those who try to slow their minds with weed
Sunday
Sunday

For those who wake
With a blind headache
Who must be still
Who will sit and wait
For sunday, to be monday

Yeah, it will be ok
Do nothing today
Give yourself a break
Let your imagination run away

For those with guilt
For those who wilt
Under pressure
No tears over spilt milk
Sunday
Sunday

Sunday
Sunday

Sunday
Sunday

Yeah, it will be ok
Do nothing today
Give yourself a break
Let your imagination runaway

Yeah, it will be ok
Do nothing today
Give yourself a break
Let your imagination runaway

E tu dove ti immagini tra 5 anni?

Sarà  che forse ho risposto troppa fiducia in uno dei fumosi progetti che forse dovrebbero partire.

Sarà  che forse io con le persone non ci so fare molto e rimango sempre scottato.

Ma direi che la riunione di oggi, anche se magari è solo una brutta impressione che non ha significato alcuno, non mi è affatto piaciuta e non mi lascia presagire nulla di buono. Ho visto comportamenti e atteggiamenti che non mi sono piaciuti né da una parte, né dall’altra. E mi sono trovato pure in mezzo alle critiche l’uno dell’altra.

Così è successo che sono in uno stato di tristezza, abbattimento e delusione. Delusione profonda.

Una chiamata, interrotta bruscamente ringraziando non so se il Parrot, la Tre o l’iPhone, poi, mi ha fatto pensare a delle impressioni di altri, che ai tempi mi avevano dato da pensare e che poi avevo rimosso. Ma quello che mi sono ricordato, confrontato con quello che ho visto oggi non mi è piaciuto per niente.

Poi, non so come, tornando a casa in macchina, nella notte piovigginosa, mi è venuta in mente una domanda, che mi aveva fatto la psicologa del progetto orientamento di cui avevamo fatto parte all’ultimo anno del liceo.

Mi aveva chiesto dove mi immaginavo 5 anni dopo. Ora ricordo la risposta che avevo dato. Mi immaginavo nel mio favoloso studio di architettura e design. Un open space, tutto vetrate, tre grandi scrivanie grosse ed enormi, luminoso, dotato di Mac. Io e i miei due soci. Con uno di questi, un mio compagno di liceo, è successo che a fine anno non ci parlavamo neanche più. L’altro non ricordo neanche chi sia, in verità . Forse non era neanche un lui, forse era una lei, non ricordo più. O forse era solo una persona indefinita, perché ricordo che la psicologa diceva che dicono le cose funzionano meglio in tre. Ci vuole il pazzo creativo, il razionale e il terzo, che non ricordo.

Ora i 5 anni son passati. E sì, sono in un open space con scrivanie grosse ed enormi piene di mac, ma non è luminoso e non siamo solo in tre soci. E non è – ovviamente – mio.

Su friendfeed, nei giorni scorsi, circolava un thread con la stessa domanda. Io avevo iniziato a scrivere, dimenticandomi completamente che anni fa avevo già  dato una mia risposta. Ma poi ho cancellato. Scrivevo e cancellavo. Seriamente, io, ora, tra cinque anni, non lo so.

Lavorativamente parlando, non so dove sarò.

Però ad un certo punto, perso nel silenzio della macchina, mi è balenata una scena.

Un divano, una TV e due persone. Sì, tra 5 anni vorrei essere lì.

Io voglio far parte della soluzione

Ieri o l’altro ieri, da G. ho ricevuto una proposta via Facebook. Se accosentivo a pubblicare un suo scritto qui sul mio blog.

La mia risposta, la potete immaginare.

Un blog è una cosa molto personale e mi trovo un pò fuori posto a lasciare le mie parole sulla tua pagina, quel “Me or Not” che ho la fortuna di conoscere. Quello che esce dalla mia penna di solito lo tengo per me, non scrivo per altri, non dedico rime o poemi anche perché non sono in grado di scriverne, lascio andare le parole e quello che esce è solamente quello che sono. Questa volta è diverso, lo faccio volentieri, sono stato io a chiederti di pubblicare un mio lavoro, il perché non mi è ben chiaro o meglio, non mi è chiaro come si possa arrivare a questo punto.

Ti scrivo questa pagine perché voglio che tutti coloro che leggono questo blog sappiano che l’italia non è solo quella raccontata dai tg, non è rappresentata da idioti che usano le mani perché non hano un cervello, è ben altro.

Mi vergogno di vivere in un paese dove una persona che ama in modo differente da quello che la chiesa di Roma dice, viene picchiato, sfigurato, ucciso. La sua colpa è solo quella di amare, come può essere una colpa.

Mentre il resto del mondo avanza, riconosce diritti, progredisce, l’Italia va indietro, torna alle leggi razziali, sfocia nella violenza di adolescenti annoiati e senza idee.

Perché mentre il manganello può sostituire il dialogo le parole non perderanno mai la loro importanza.

Mi spaventa ancora di più il futuro, perché prima o poi i bambini che ora subiscono un bombardamento mediatico senza precedenti, bambini a cui viene insegnato a pulirsi il culo col tricolore, che vedono l’odio dilagare e che, non per colpa loro, pensano che sia normale, giusto. Perché se è un governo a fare determinate scelte, come fa un bambino a giudicarle?? È piccolo, assimila, queste immagini faranno parte della sua cultura, della sua identità .

Ecco, prima o poi, questi bambini saranno uomini e potranno scegliere, votare, decidere. E cosa succederà  in quel momento? Saranno in grado di decidere con la loro testa?? Sarà  davvero colpa loro un eventuale errore??

Questo ormai è il problema, ma io voglio far parte della soluzione.

Ti scrivo per affermare con assoluta convinzione che come me, eterosessuale e non per questo migliore, migliaia di persone credono ancora che gli uomini in quanto tali nascono liberi ed eguali.

Che sia nero, bianco, giallo o verde, alto o basso, grasso o magro, etero o gay, credente o meno, acculturato o ignorante. Ogni uomo o donna che sia è uguale a me, ed è alla pari. Non è meglio, non è peggio, siamo alla pari. Non esiste alcuna prova scientifica o morale in grado di affermare la superiorità  di una persona su un’altra e per questo condanno ogni tipo di razzismo, di violenza, di discriminazione.

Voglio che le mie parole vengano lette perché voglio che la gente che si sente parte di una minoranza, qualsiasi essa sia purchè non violenta o priva di significato, sappia che non è sola. Parlo per me e spero di parlare per molto altri, voglio vivere in un paese in cui ogni uomo è libero di comportarsi come crede purchè non leda i diritti degli altri, dove possa sentirsi sicuro, libero e rispettato. Non in un paese d’odio.

Le parole, le idee, cambieranno il mondo, lo rovesceranno, non la violenza. L’intelligenza fa progredire, l’ignoranza ci riduce a bestie.

Le mie parole sono la mia testimonianza, il mio impegno.

La comunità  gay non è sola, le minoranze etniche non sono sole, le vittime di abusi non sono sole, finchè avrò fiato in gola pronuncerò le mie parole.

Ti lascio con l’unica cosa in cui credo ancora ciecamente, due righe lasciateci da menti illuminate, non certo da chi comanda ora.

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità  e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Grazie per questa possibilità . A presto.

Grazie a te, G.

Scelte e cambiamenti

Credo di essere arrivato al punto di non ritorno.

Sono giorni che continuo a pensarci e per quanto forse illogico e irrazionale sto seriamente pensando di dare luogo ad un grosso cambiamento.

È che lì in ufficio ogni giorno è sempre più pesane. Routine, sempre le stesse cose, mai nulla di nuovo lavorativamente parlando. Sempre quelle 72 pagine da impaginare, sempre uguali, poi controlla le pubblicità  e poi spedisci e poi fai i controlli. Nulla di nuovo da imparare, nessuna nuova esperienza da fare, nessuna nuova sfida da affrontare.

Solo tanta bile da gestire e dal punto di vista umano, beh, forse ho già  speso troppe (brutte parole).

Poi sta riiniziando l’uni. E da una parta mi sta venendo un po’ meno la voglia (o forse la forza di) impazzire come l’anno scorso nelle consegne, né voglio finire a saltare esami o rovinarmi la media. Sono un maledetto perfettino in queste cose, per quanto mi sia sempre ripetuto che massì, mi accontento anche di un 18, l’importante è laurearsi.

Invece no. Mi sono accorto che il bello del mio corso di laurea è stare con gli altri, lavorare insieme, studiare ed approfondire, tutte cose precluse dalle mie 32 ore in office.

Già  si preannuncia un corso che non potrò mai seguire (sarebbe sociologia con approfondimenti sulla comunicazione e sui media e mi attira molto!), oltre ai due laboratori che prevederanno lavori di gruppo.

E così, se da una parte non ho praticamente motivi o incentivi per rimanere (se non economici), dall’altra ho un po’ di motivi per andarmene, non ultimo un po’ di ritrovata serenità , che soprattutto in questi ultimi giorni mi manca. E se ne sono accorti chi mi sta vicino e quel paio di colleghi lì dentro a cui tengo.

Eppur con la serenità  non si va da nessuna parte, né si campa.

Ed è sul campare che la mia razionalità  per un momento riaffora. Ci sarebbe un piccolo progetto estemporaneo, uno a medio/lungo termine su cui punto tantissimo e uno quasi immediato, dalla buona rendita, ma dalla durata/sostenibilità  ignota.

Boh.

Devo pensarci.

E parlarne con qualcuno…

Tasse e crediti

Ok, sto male.

Anzi no, sono pure arrabbiato nero.

L’anno scorso non sono riuscito a dare un esame, di cui non ho potuto frequentare le lezioni causa lavoro e di cui ho scoperto solo alla fine che – per quanto le lezioni non fossero a frequenza obbligatoria – era obbligatorio presentarsi ai parziali per poter accedere all’appello estivo. Parziali che – ovviamente – non erano considerati come esami e quindi non rilasciavano la “giustifica” da presentare in ufficio (ed evitare che venisse calcolato come giorno di ferie).

Comunque… fatto sta che per il prossimo anno ho esami per un totale di 65 crediti. Aggiunti (obbligatoriamente) i 10 crediti dell’esame lasciato indietro lo scorso anno, arrivo a 75 crediti, che casualmente supera lo scaglione dei 73 crediti, da cui parte la maggiorazione del 30% della retta.

Calcolando che pago qualcosa più di 3500€/anno, fanno 1050 e più € aggiuntivi.

Per due dico due crediti di sforo.

[E il fastidio aumenta considerando che con la media che ho avrei potuto accedere alla riduzione del 50% della retta se fossi riuscito a dare e superare con un > 27 quell’eseme].

In compenso, essendo uno studente lavoratore, ho diritto ad una riduzione del 25% delle tasse, fino però alla 5ª fascia (su 10) di reddito. Ovvero al 25% di  1500€., cioè ben 375€.

E la cosa è semplicemente ridicola. Sei uno studente lavoratore, ti sbatti per portare avanti tutto, ma se lasci indietro anche solo un esame la tua fatica – dal punto di vista meramente economico – non è affatto ripagata, visto che al meglio ci sarà  sempre un 5% di maggiorazione. Ridicoli.