Archivio mensile:Giugno 2009

Offline. Today.

Giusto per dovere di cronaca, oggi sarò praticamente offline. Per la prima volta, Tiscali mi ha tagliato fuori dalla rete. Segnale DSL presente, ma nessuna connessione con l’ATM.
Ho aperto una pratica di segnalazione guasto e la gentile signorina pre-registrata mi ha pure inviato via sms il numero di pratica e mi ha assicurato che verrò ricontattato quanto prima. Speriamo!

Twitter fa le pentole, ma non i coperchi

  1. Chi non muore, twitta. – Soprattutto i giornalisti e coloro che devono promuovere qualcosa. È un modo per mettere una maschera “social” ad una compagnia senza faccia.
  2. Twitter fa le pentole, ma non i coperchi – Una volta che twitti una cosa, è indelebile dal sistema, non importa quanto mette a rischio la tua vita!
  3. È meglio un twitter oggi, che un giornale domani – O meglio: la velocità  è essenziale. In termini di notizie Twitter è piຠimmediato di qualsiasi altra agenzia di stampa, notabile l’esempio del terremoto avvenuto in Cina l’anno scorso, in cui molte persone hanno twittato durante la scossa.
  4. Chi la fa, la twitti. – Ma che sia interessante e originale! Non siate avari di informazioni, sempre tenendo conto, come ci spiega Lopp, del perché…se no non ce ne ne frega niente.
  5. Chi ha Twitter, non aspetti follower – È essenziale comunicare con loro, e non aspettare che leggano, assorbano e siano interessati ai tuoi aggiornamenti.

Via Wired.it

Kill ‘em all – Ep. 06

Sei una grafica.

E continui a chiamare blu DNews così quel colore.

Quasi lo stesso nome che usa il cliente, che ha almeno la decenza di chiamarlo azzurro.

Beh, devi sapere che quel colore ha un nome.

Si chiama Ciano.

E quel colore è uno dei 4 colori base della quadricromia.

Quella cosa con la strana sigla CMYK.

C come ciano.

E a memoria, il colore usato da DNews è un ciano puro.

E se non lo è, poco ci manca.

Sentirsi in colpa e poi pentirsene. Amaramente.

Avevo chiesto un permesso, un po’ all’ultimo, per un impegno improvviso in università .

Poi, mi son sentito in colpa, perché c’erano le elezioni, miliardi di cose da fare, nuove meccaniche di lavoro non ancora ingranate.

E mi sono offerto di passare comunque in ufficio una volta finito e fare chiusura, dopo una giornata in giro, in piedi, stanchissimo e con la testa semplicemente distrutta.

Il risultato è che mi sono preoccupato per nulla. Gente che è andata via prima, che lavorava più che tranquilla, per non dire cazzeggiare.

E questa è solo la prima parte del ringraziamento. Perché, insomma, avvertire che potevo stare tranquillo e tornare a casa, no? Tanto arriva il fesso.

La seconda parte è arrivata oggi.

Mentre ero in pausa, la mia collega ha inviato al cliente le bozze (che io ho preparato) della nuova grafica. Ovviamente mi hanno riferito che usava il singolare majestatis, verso sè stessa, come unica creatrice del layout.

La nuova grafica è piaciuta subito e dopo, quando anche io ero presente, il cliente ha richiamato (lei) per delle modifiche (che io dovrò fare) che non hanno alcun senso nell’insieme del progetto.

È vero che il cliente è il cliente e ha (quasi) sempre ragione, però io avrei fatto presente alcuni grossi problemi che insorgono nella realizzazione di quelle modifiche. Ma tanto la grafica l’ha fatta lei, quindi senza batter ciglio ha detto che sì, sarà  fatto. Non subito, però, perché ormai la settimana è già  finita.

Già , perché la mia settimana (di part-time) è finita, torno in ufficio domenica e… ops! Lei quel programma non lo sa usare!

Lo ammetto. La voglia di lasciare tutto è tanta, sempre di più. La situazione è sempre più insopportabile. Non è un ufficio, è un asilo Mariuccia in cui lo sport preferito è spararsi alle spalle e tendere tranelli al tuo prossimo. La voglia di potermi dedicare interamente allo studio, lavorare per conto mio, ai miei orari e alle mie condizioni. Però, è rischioso e non assicura entrate certe. Sicuramente non nel breve termine, ma anche nel medio/lungo non ci sono garanzie. E lasciare ora, un lavoro fisso e indeterminato, con la crisi che c’è, è pura follia.

Bandiera bianca

È che vorrei arrendermi.

O meglio, lo faccio. Sommerso di cose che non riesco a gestire, quindi mi rifiuto di gestirle, perché non ce la faccio, sono più grandi di me e non sento di avere le forze, né ho la voglia.

Poi queste si accumulano e alla fine sono da fare. All’ultimo secondo utile, facendole male, non dormendo, stando male.

Vorrei arrendermi, definitivamente, sventolare una bandiera bianca e dichiarare la mia sconfitta, su ogni fronte.

Dichiarare la sconfitta dei sogni e delle illusioni davanti al muro grigio della realtà .